Quali sono gli argomenti a sostegno del no? Lo abbiamo domandato all’ex sindaco di Varese, il leghista Attilio Fontana.
«Questa è una riforma fatta male e pasticciata perché ammazza gli enti locali e le Regioni, a cui toglie capacità di programmazione legislativa e materie molto importanti, come la sanità – avverte l’ex sindaco – Con la clausola di supremazia, consente allo Stato di abrogare le leggi regionali, cosa che significa che le regioni non possono più fare le proprie scelte. Aumenta a dismisura i poteri del Presidente del Consiglio a discapito della Democrazia, allontana la partecipazione del popolo, non cancella il bicameralismo».
Secondo i dati che emergono dall’Ufficio Studi, per approvare una legge in Italia servono 116 giorni. Ma il problema in Italia non è questo, ma che di leggi ne facciamo troppe e male. Senza contare che, quando interessa, le leggi in Italia si approvano in pochissimo tempo. Il nostro Paese avrebbe bisogno di una riforma fiscale, di una riforma della giustizia perché non è giusto che servono 10 anni per veder riconosciuti i propri diritti, e di snellire la burocrazia riducendone i costi.
Questi sono luoghi comuni. Il professor Perotti, che ha fatto parte della commissione spending review nominata dal governo Renzi, ha fatto tutti i conti. Nella migliore delle ipotesi il risparmio sarà intorno a 100 milioni, una cifra non significativa che rischia di portare altre inefficienze. Come la sanità che, se in Lombardia funziona, portata al centro rischierebbe di diventare peggiore e più costosa.
L’amministratore di banca Intesa dice che sono tutte panzane. Questa è una riforma che non vogliono i cittadini, ma i poteri finanziari, come la Jp Morgan e le grandi società di rating, un motivo in più per votare no.
Al di là del fatto che la si apprezzi o meno, la nostra (vecchia) Costituzione è organica, prevede “pesi” e “contrappesi”. Non è possibile cancellarne un pezzo, come Senato e Province, senza soluzioni compensative. È come se, per allargare una casa, si abbattessero i muri portanti, con il rischio di far crollare tutto. Lo stesso discorso vale per il Presidente del Consiglio che, con questa riforma, viene ad avere potere assoluto su enti locali e Regioni e un’unica Camera a cui fare riferimento e su cui predomina il suo partito. Questo va oltre al concetto di Democrazia.
Io, da sindaco di Varese, avrei avuto difficoltà ad andare a Roma a lavorare come Senatore. Aggiungiamo anche che i 100 Senatori non avranno una durata prestabilita, ma quella del proprio mandato, cosa che significa che una parte andrà al voto un anno e una parte un altro anno, rischiando di non poter seguire l’iter di una proposta di legge.













