Roma, 7 apr. (Apcom) – Ore 3.32. Per secondi interminabili trema
la terra nel centro Italia, epicentro in Abruzzo, nel territorio
di L’Aquila, ad 8,8 km di profondità. Il terremoto, magnitudo
Richter 5.8, colpisce nel cuore della notte: crollano le
palazzine, le case nuove o più antiche si accartocciano una
sull’altra. L’Aquila è in ginocchio, devastate le frazioni
circostanti, alcuni paesi, come Onna, sono rasi al suolo: oltre
centocinquanta le vittime, più di 1.500 i feriti, nell’ordine
delle centinaia i dispersi.
La scossa si è propagata in tutto il centro Italia, fino a
Foggia, ed è stata seguita da decine di repliche, la più forte
delle quali è avvenuta alle 4.37 con magnitudo 4.6, con diverse
scosse di assestamento per tutto il giorno. La zona era oggetto
da settimane, anzi in modica misura da ottobre, di una sismicità
frequente, con uno sciame sismico dallo scorso gennaio e con
centinaia di scosse tutte di modesta entità, fino alla scossa di
magnitudo 4.0 dello scorso 30 marzo.
I soccorsi si attivano in pochi minuti (il capo della Protezione
civile Guido Bertolaso dirà che “tutta la macchina si è mossa tre
minuti dopo il sisma”, il ministro dell’Interno Roberto Maroni di
essere stato avvertito “entro mezz’ora dopo il fatto”). La
Protezione civile riunisce a Roma il comitato operativo con
Bertolaso: “E’ una situazione drammatica, una tragedia senza
precedenti in questo millennio, impossibile da prevedere”, dice
prima di partire con una squadra di tecnici alla volta de
L’Aquila.
Le notizie appaiono subito molto gravi: già alle 5 si parla di
“crolli e persone coinvolte”, verso le 7 i carabinieri denunciano
“decine di vittime”, sono oltre 20 alle 10 di mattina, oltre 50
secondo le dichiarazioni di Maroni delle 12.20. Il presidente del
Consiglio Silvio Berlusconi firma lo stato di emergenza nazionale
ed in Abruzzo iniziano ad arrivare migliaia tra volontari della
Protezione Civile, Forze dell’ordine e Vigili del Fuoco per
aiutare nei soccorsi, scavando anche con le mani nude tra i
calcinacci. Tutte le regioni italiane, dall’Alto Adige alla
Sicilia, si mobilitano con uomini e mezzi per fornire gli aiuti
necessari e per ospitare i feriti meno gravi. La Croce Rossa ha
aperto on line una raccolta di fondi, e così anche tante
associazioni private.
Ma è con lo scorrere delle ore che la tragedia si manifesta in
tutta la sua drammaticità: l’ospedale de L’Aquila è seriamente
danneggiato e i medici operano in strada, sempre nel capoluogo
una palazzina di tre piani è implosa ed è parzialmente crollata
la Casa degli studenti. Da qui per tutto il giorno, con una
straziante alternanza, verranno recuperati cadaveri e persone
vive.
Nei campi sportivi e nei parchi vengono approntate le tendopoli,
bisogna correre contro il tempo: in totale in Abruzzo sono giunte
almeno 2.000 tende per aiutare 10-15mila persone ad affrontare la
notte ed il maltempo imminente, negli alberghi della costa sono
stati requisiti circa 4 posti letto, arrivano i bagni chimici,
vengono organizzati pasti per circa 18 mila persone. A L’Aquila e
provincia i primi arresti per sciacallaggio nelle case
abbandonate.
Diverse, nelle territorio dell’Aquila, le zone colpite dal
violento sisma: in particolare, secondo la mappa tracciata dalla
Protezione civile, oltre al capoluogo ci sono San Demetrio,
Pizzoli, Rocca di Mezzo, Paganica, Fossa, Villa Sant’Angelo, San
Gregorio, Poggio Picenza, San Pio, Barrile, Ocre, Rovere, Rocca
di Cambio, Pianola, Poggio di Roio, Tempera, Camarda, Onna.
Proprio in quest’ultimo centro la distruzione più grave: il
paese, circa 350 abitanti con antiche case a mattoni, è raso al
suolo e si contano 40 morti, tra i quali gente in vacanza e tre
bambini.
Ancora si scava tra le macerie e già infuriano le polemiche:
l’eccezionale scossa di terremoto poteva essere prevista e la
tragedia evitata? Gianpaolo Giuliani, dai laboratori di fisica
nucleare del Gran Sasso, giura di aver visto in anticipo il
dramma che si avvicinava. Lo aveva detto nelle scorse settimane
ed era stato denunciato per procurato allarme. Il capo della
Protezione civile, Guido Bertolaso, che aveva chiesto una
“punizione esemplare” per “quegli imbecilli che si divertono a
diffondere notizie false”, ora è costretto a una posizione meno
aggressiva, e spiega pacatamente che non esiste alcuna procedura
scientificamente convalidata che permetta di prevedere i
terremoti. Dalla sua ha praticamente tutto il mondo scientifico:
dello stesso parere è infatti il presidente dell’Istituto
nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), Enzo Boschi e molti
esperti del mondo accademico. Mentre il direttore dei laboratori
del Gran Sasso dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn),
sottolinea che Giuliani non è un ricercatore, ma solo “un perito
elettronico e che non è nemmeno un dipendente dell’Istituto che
io dirigo”.
Rimane però il fatto che il vice capo della Protezione civile,
Bernardo De Bernardinis, una settimana fa aveva escluso la
possibilità che la terra potesse tornare a tremare, se non per
piccoli movimenti di assestamento. Una tragica sottovalutazione,
accusa ora la presidente della Provincia de L’Aquila, Stefania
Pezzopane: “La Protezione civile ci aveva detto di non
preoccuparci, forse dovevamo farlo. Era una tragedia annunciata”.
Ma era proprio impossibile prevedere il terremoto? “Sono tre
giorni – afferma Giuliani – che vedevano forti incrementi di gas
radon. Anche la sala sismica si sarebbe potuta accorgere che si
sarebbe stato un terremoto molto forte. Il mio sismografo –
sostiene – denunciava una forte scossa di terremoto. Tutti
potevano osservarlo perché ce lo avevamo on line e tanti lo hanno
osservato e si sono resi conto che le scosse crescevano”.
Giuliani sostiene di aver realizzato un ‘precursore sismico’,
“uno strumento in grado di rilevare il radon e di evidenziarne le
modifiche di concentrazione, permettendo di prevedere un evento
sismico con un anticipo variabile dalle 6 alle 24 ore. Disponiamo
– spiega – di 5 stazioni che ci consentono di triangolare i dati
ottenendo con precisione l’epicentro e il grado sismico
dell’evento”.
“Quello di cui parla Giuliani – ribatte il direttore dei
laboratori del Gran Sasso dell’Istituto nazionale di fisica
nucleare Eugenio Coccia – è la capacità di controllare l’attività
sismica attraverso la misurazione del gas radioattivo: una cosa
che è nota ai sismologi da almeno 50 anni, e che è studiata
ovunque. Nessun esperto avrebbe trattato con tanta ingenuità un
argomento del genere. In base alle sue previsioni – continua –
bisognava evacuare Sulmona otto giorni fa. Se lo si fosse fatto,
molto probabilmente gli sfollati sarebbero stati portati a
L’Aquila, e oggi sarebbero sotto le macerie. Ecco perché dico che
su queste cose bisogna andare molto cauti”.
Conclusi i soccorsi, sarà l’ora della ricostruzione: per
Giandomenico Cifani, ricercatore a L’Aquila dell’Istituto per le
Tecnologie della Costruzione del Cnr, ci vorranno “7-8 anni,
almeno come avvenne per il sisma di Umbria e Marche”.
Sav
MAZ
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