Roma, 14 mar. (Apcom) – A un anno dalla sanguinosa rivolta
dell’anno scorso, Lhassa, capitale della regione autonoma cinese
del Tibet, è una città blindata, presidiata dalle forze di
sicurezza e dell’esercito mentre a Pechino l’anniversario è
passato sotto silenzio.
Testimoni e abitandti del posto raccontano che “poliziotti
armati pattugliano tutte le strade 24 ore al giorno” e spiegano
di dover presentare i documenti di identità anche per i più
minuti spostamenti. Uno spiegamento di forze particolarmente
ingente è stato notato nella zona del tempio di Jokhang, dove
l’altro anno scoppio la sanguinosa rivolta (e, ancora un anno
dopo, le cifre continuano a non tornare, con la versione
ufficiale di 18 morti e quella ‘tibetana’ che parla di almeno 203
tibetani uccisi.
A Lhassa, oggi, la maggior parte dei bar e dei risoranti
dovranno chiudere prima delle 23 e anche se non è stata deciso
ufficialmente la sistuazione è praticamente da coprifuoco. E da
Londra Stephanie Bridgen, dell’associazione Free Tibet, torna a
chiedere l’apertura di una “inchiesta indipendente” sui fatti
dell’anno scorso e denuncia l’instaurazione di “una legge
marziale de facto” sia a Lhassa che in tutta la provincia.
VGP
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