Una colata di cementosulla campagna varesina

Una colata di cementosulla campagna varesina

Sempre meno campi agricoli, sempre più cemento. In provincia di Varese, in sei anni si è perso tanto suolo agricolo da coprire un’area pari a metà della città di Varese, mentre ogni giorno è stata urbanizzato un territorio pari a un terzo di piazza Duomo a Milano. Sono alcuni degli inquietanti risultati che emergono dal primo rapporto sui consumi di suolo realizzato dall’Osservatorio Nazionale sul Consumo di Suolo (Oncs), costituito da Inu, Legambiente e DiAP del Politecnico di Milano. Uno strumento di studio e conoscenza per avviare una raccolta sistematica di dati utili a conoscere le dimensioni di un problema ambientale connesso allo sviluppo delle città, ma ancora poco esplorato.

La progressiva “urbanizzazione” del suolo è un fenomeno di cui la provincia di Varese è prima protagonista, anche se il territorio della città giardino, dei tanti parchi e dei sette laghi può contare ampie coperture verdi. Per la precisione, al 2005 (ultimo dato considerato dalla ricerca) quasi metà del suolo della provincia è naturale o seminaturale (il 46,3%) e quasi un terzo è urbanizzato (28,3%). Solo il 15,3% invece è coperto da aree agricole e il resto è costituito da acqua o zone umide. Ad impressionare però è soprattutto il trend con cui è cambiata la distribuzione: il suolo urbanizzato tra il 1999 e il 2005 è cresciuto del 4,7%, espandendosi di 1.534 ettari (uno spazio pari a più della metà di Varese), per uno sviluppo di circa 192 ettari l’anno. Vale a dire 5mila metri quadrati di cemento in più per ogni giorno, che corrispondono a un’area pari circa a un terzo di piazza del Duomo ogni 24 ore. Nello stesso periodo, invece, i suoli agricoli provinciali si sono ridotti di circa 742 ettari (in pratica si persa un’area agricola pari a circa un terzo di Varese) e ancora più forte è stata la perdita di aree naturali (823 ettari).

Il risultato spiega il rapporto sono «trasformazioni irreversibili del paesaggio e perdite agroecologiche permanenti», con il cemento avanzato soprattutto a sfavore dei campi coltivati. Infatti, le aree naturali si sono ridotte tutto sommato in misura limitata (-1,5%), mentre il suolo agricolo è diminuito addirittura del 3,9%. La superficie urbanizzata, così nel 2005 ammonta a poco più di 34.463 ettari, quasi il doppio di quella agricola. E ogni cittadino della provincia, nei 6 anni considerati ha visto ridursi 1,1 metri quadrati l’anno la disponibilità di aree agricole, mentre l’urbanizzazione procapite è avanzata al ritmo

del +2,3 m2 l’anno. «L’espansione della città si registra soprattutto nelle aree di pianura, erodendo in particolare le aree agricole – spiega Alberto Minazzi, coordinatore provinciale di Legambiente – anche se ormai si registrano problemi anche nell’ambiente prealpino e pre-montano. Le aree boschive sono state meno intaccate, anche perché possono godere di una legislazione di maggior tutela. La situazione attuale è di estrema gravità, anche in provincia di Varese: lo studio vuole mettere in evidenza i rischi nel privarci di un territorio che diventa oggi una riserva strategica per qualsiasi tipo di sviluppo».

Il lavoro dell’osservatorio cioè è volto innanzitutto a superare la carenza informativa sul consumo di suolo per effetto dell’urbanizzazione. E poi valutarne anche le trasformazioni d’uso, ad esempio anche i suoli agricoli che vengono abbandonati alla natura,le zone umide che vengono bonificate o ripristinate, ma soprattutto l’erosione delle zone destinate all’agricoltura da parte dello sviluppo urbano, con l’aggravante che ben difficilmente i suoli ’sigillati’ da cemento e asfalto potranno mai tornare ad essere produttivi. «La fascia pedemontana è l’area di maggior esplosione urbana, che ha eroso anche terreni agricoli tra i più pregiati in maniera incontrollata – prosegue Minazzi – anche Varese ne è vittima e la responsabilità è innanzitutto dei Comuni, che in questi anni hanno concesso la trasformazione di migliaia di ettari, per ragioni di cassa tra oneri di urbanizzazione e Ici, grazie a un legislazione urbanistica nazionale e regionale che offre maglie larghissime». Legambiente propone una legge di iniziativa popolare per affermare alcuni principi su cui basare il controllo del fenomeno: «Stiamo raccogliendo le firme, riscontrando grande consenso tra la gente – dice Minazzi – e il testo tra poco verrà presentato in Regione, per poi subire l’iter di discussione. Chiediamo il riconoscimento del suolo come bene comune, da trattare alla stregua dell’aria e dell’acqua: se intaccato bisogna introdurre compensazioni ecologiche».

f.tonghini

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