Uova, nostro test Sicure, ma non varesine

Uova, nostro test Sicure, ma non varesine

VARESE Sono tra gli alimenti più controllati, e da cui anche il consumatore può trarre più informazioni, sapendo leggere i codici direttamente sul guscio. Eppure, due giorni fa il ministro della salute Ferruccio Fazio ha dato notizia di una partita di uova tedesche sequestrata perché risultata positiva alle diossine. La situazione a Varese, però, sembra essere sotto controllo. I test dell’Asl sono risultati negativi, e in più le uova presenti nei supermercati in provincia sono nella stragrande maggioranza italiane. Il segreto, comunque, sta nel leggere l’etichetta.

È stata Bruxelles ad imporre l’etichetta con gli ingredienti e i rigidi controlli per gli alimenti che finiscono nei supermercati di tutta l’Unione Europea. Per le uova, è obbligatorio un codice, stampato su ogni guscio, su cui il consumatore possa leggere direttamente le informazioni necessarie. Si comincia con il tipo di allevamento: 0 per il biologico, 1 per l’allevamento all’aperto, 2 per quello a terra e 3 per la gabbia. Poi il codice del Paese (IT per l’Italia), il codice Istat del comune di produzione, la sigla della provincia, e infine tre cifre che identificano l’allevamento. E qui si possono avere sorprese: in due supermercati di Masnago, il più economico “Lidl” propone uova solo “chilometro zero”, ovvero provenienti da allevamenti varesini. Poco distante, Esselunga ha tutte uova italiane, ma non varesine. I codici sulle uova parlano chiaro: Mantova, Ferrara, addirittura Treviso. Si tratta semplicemente di politiche aziendali, accordi privilegiati tra le catene e gli allevatori.

I consumi nazionali di uova hanno raggiunto la cifra di 13 miliardi di pezzi all’anno, che significa una media di circa 218 uova a testa. Molte quelle che vengono da Paesi comunitari: dalla Germania, ad esempio, tra gennaio e settembre 2010 sono arrivate 2,7 milioni di chili tra uova in guscio, fresche, conservate o cotte. Il 12 per cento in più rispetto allo scorso anno. La maggior parte delle uova estere vengono impiegate soprattutto nei processi industriali (per produrre torte, ad esempio): e qui il consumatore rischia di perdere di vista la provenienza delle materie prime.

«Sapere chi e dove si produce ciò che si mangia è quanto chiedono gli italiani – commenta Tino Arosio, Direttore di Coldiretti Varese – che dicono, a ragione, di fidarsi di più dei prodotti italiani». Coldiretti chiede da tempo la tracciabilità dell’intera filiera e per il 12 gennaio, dopo il consenso raccolto da tutti i gruppi parlamentari al Senato, è prevista l’approvazione definitiva del disegno di legge sull’etichettatura. «Occorre intervenire per non rincorrere le emergenze in un Paese come l’Italia che è forte importatore e dove – conclude Fernando Fiori, presidente di Coldiretti Varese – due fette di prosciutto su tre vendute come italiane sono provenienti da maiali allevati all’estero, tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro sono stranieri senza indicazione in etichetta, oltre un terzo della pasta ottenuta da grano che non è stato coltivato in Italia all’insaputa dei consumatori, e la metà delle mozzarelle sono fatte con latte o addirittura cagliate straniere». I consumatori varesini, però, sono ben attenti a quello che mettono nel carrello: anche perché si ricordano bene delle “mozzarelle blu” che la scorsa estate arrivarono anche sulle loro tavole.

f.tonghini

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