di Andrea Confalonieri
VICENZA Ricominciamo. Da una squadra con due gambe, e non solo quelle, grosse così. Ma anche con qualcosa di più, qualcosa che avevamo perso dopo la semifinale con il Padova e mai più ritrovato. Un abbaglio, un miracolo che nasce (rinasce) quando Neto non ce la fa più, si tiene il ginocchio, urla dal dolore e, rivolto alla panchina, supplica: «Cambio, ti prego cambiami». È a quel punto che Maran s’illumina e sporgendosi
dalla panchina come una belva con la faccia da papà, dice facendo il segno del tre: «Tre minuti, resisti ancora tre minuti». Sembra nulla, ma quei tre minuti sono la bandiera del nuovo allenatore. C’è la richiesta di andare oltre la soglia del dolore. Di immolarsi. E quindi stai dentro, Neto, e muori perché così fai vedere cosa voglio. Cosa possiamo (potete) fare: morire per il Varese. È quello che finora era mancato.
È stata una scena alla Sannino, come l’idea di fare rivivere il centrocampo di un anno fa (quando entra Zecchin, è lo stesso con Kurtic al posto di Frara). E di lanciare la riscossa da colui che sembrava averla strozzata per sempre: Carrozza. Maran si sarà detto: se recupero lui, a costo di farlo giocare anche se inciampa nella palla fino al gol, recupero il Varese.
E infine, non si può dire che non azzecchi i cambi: dentro Pucino e dopo un minuto segna il primo gol a vent’anni, lui che veniva dal nulla della Prima Divisione. Dentro anche Martinetti e può finire tre a zero. Il Vicenza era sull’orlo del baratro: bastava dargli una spintarella, i biancorossi l’hanno fatto. Così, con questo nuovo cinismo, si arriva alla salvezza.
Sempre ci resterà l’immagine del presidente vicentino, Sergio Cassingena, contestato a sangue dalla curva, che descriveva con un gesto quasi incommentabile quello che era successo. I due indici rivolti verso le tempie a mimare uno sparo. Mai in sette anni di scalata, il Varese si era trovato ad affrontare una squadra picchiata dal suo pubblico come è accaduto al Vicenza. Ne ha approfittato. E se un anno fa su questo campo c’era Zappino a fare la guerra contro la curva di casa, arrivando a tirarle addosso palline di carta per dare sangue ai compagni, ieri abbiamo ritrovato noi stessi, e il nostro Varese, in quelle tre dita levate e in quell’urlo da montanaro di Rolando Maran: «Ancora tre minuti, Neto».
Vittoria dedicata a Baldini, che prima del via aveva detto: «Di Maran non me ne frega nulla» (da oggi, crediamo, anche del Vicenza). E a Benny Carbone, per mille motivi.
s.affolti
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