Varese, incanto e delizia Due ore di magia con Conte

Varese, incanto e delizia Due ore di magia con Conte

VARESE Non ci saremmo persi per niente al mondo le storie annegate nella nebbia, i quadri di provincia, gli sprazzi di sole, gli odori e le atmosfere predilette da Paolo Conte. Non ci saremmo persi per niente al mondo «lo spettacolo d’arte varia di un uomo innamorato» della musica. Non ce lo saremmo persi per niente al mondo, lui che

con le sue canzoni nate all’ombra del jazz ha fatto la storia della musica italiana. Così, ieri sera al Teatro sold out di Varese, dove 10 anni fa proprio su Conte si aprì per la prima volta il sipario del palcoscenico varesino, la musica è tornata ad essere semplicemente musica. E lo ha fatto con uno dei suoi più aristocratici cavalieri.

Lui che il suo pubblico lo vuole guardare in faccia rivolgendo la coda del pianoforte alla platea dove ad ascoltarlo c’è anche il ministro Roberto Maroni. Lui che saluta e ringrazia con inchini, senza troppe parole, lui che rimane appoggiato al pianoforte per raccogliere applausi fragorosi, lui che sorride. Lui, con quella faccia un po’ così, e quella voce un po’ così: rauca, calda, soavemente sferzante, pungente, antieroica, e splendidamente selvatica. Lui che sulle labbra degli spettatori intuisce brama e sete di musica. Lui che con la musica li sfama, li disseta e nei loro occhi legge il sapore della meraviglia. Conte trasuda eleganza, raffinatezza, classe, in un acquerello musicale di due ore, senza alcuna sbavatura, tra i palleggi del cuore di «Cuanta Pasion» con cui apre il concerto, «Sotto le stelle del jazz», «Come di», la mitica «Bartali», una splendida «Madeleine», «Dancing» o «L’orchestrina», tratta dal suo ultimo splendido lavoro intitolato «Nelson», questo il nome del suo cane scomparso qualche anno fa. 

E al pari di «Nelson» – il cane e la raccolta di melodie del presente ripescate nel passato – Conte è riuscito a stregare la platea. Ad avvicinarla, a tratti ad allontanarla, ad amarla. Un classico sì, ma senza pretese di essere ascoltato sempre. Bisogna aspettare che il veterano artista di tabarin abbia voglia di spulciarlo e di coccolarlo quel vecchio cane

pulcioso che sa essere, a volte, la musica. Aspettare che sia lui ad aver voglia di venire da te, e via con te. E poi – vale anche per gli amici a quattro zampe – mai carezzare la musica contropelo o pretendere che scodinzoli a comando. La musica è fedele quando ci cammina accanto, quando ci fa strada, come gli animali, che sanno.

E lo sa anche Conte. Sa quanta strada c’è nei sandali, conosce i duemila enigmi del jazz. Sa tutto quello che sanno i maestri autentici. Ma Conte si schermisce quando lo chiamano così. Per modestia e senso della misura. Canta, ma non ama la sua voce. Un jazzista dilettante che negli anni del boom della canzone leggera ha scritto per gli altri. Quando dominava la protesta politica lui scriveva bozzetti provinciali. In questo modo è stato capace di entrare prima e depositarsi poi nell’anima di molti appassionati. E questo sì che è un colpo da maestro. Non gli piace, ma il risultato non cambia anche se proviamo a sussurrarlo: maestro! In serate come queste ci si porta a casa la poesia, e lei maestro viene via con noi.

Barbara Rizzo

e.marletta

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