Varese nell’Isola Felice: chi ci crede?

Questo pomeriggio (ore 17.15 la palla a due, sul nostro sito la diretta testuale), una Openjobmetis in crisi affronta la sorpresa Capo d’Orlando

L’Isola Felice, la miccia corta – tipica delle bombe prealpine – e quei sogni estivi cui tenersi aggrappati con ostinazione, nonostante gli occhi bene aperti sulla realtà di un mattino, ormai prolungato, che sembra averli già dissipati tutti.

Storia di una partita alla fine del mondo (piccolo, intimo e molto varesino): catarsi o morte sportiva, ma solo fino alla prossima puntata…

Mettiamola così: comunque vada, il responso di giornata arriverà un’ora prima (Betaland e Openjobmetis andranno in campo alle 17.15), appagando in anticipo la sete dei tifosi di sapere quale tipo di storia biancorossa verrà scritta nell’Isola Felice.

Felice solo per chi cestisticamente la abita, occorre aggiungere . Gli avversari di oggi stanno facendo parlare di loro un mondo del basket che è sempre capace di innamorarsi delle favole che costano poco e rendono molto. Metti un paese di 13mila abitanti nel quale il sindaco è anche il “primo cittadino” del basket (Enzo Sindoni), metti il figlio del primo cittadino di cui sopra (Peppe, ovviamente Sindoni) che è uno dei più giovani dirigenti della serie A,

metti un coach che l’anno scorso doveva durare un mese e invece cavalca un’eterna primavera (Di Carlo) e metti soprattutto una squadra costruita controcorrente: un americano, Archie, vero ma soprattutto solo all’epoca delle colonizzazioni Usa sui campi da basket, un americano ormai italiano (Diener), uno stuolo di scommesse europee capaci di dare anima e identità di gioco pur essendo perfetti sconosciuti, o quasi, al grande pubblico e un uruguagio (Fitipaldo) che è molto vicino a candidarsi ad Mvp del campionato.

I risultati del rischio son lì da vedere: 8 punti in classifica, a fare il verso a chi aveva vaticinato per i siciliani una stagione di lacrime e sangue, cifre degne di nota (attenzione Varese: Capo è meglio di te in tutte le voci statistiche tranne rimbalzi, recuperi e stoppate) e una tranquillità che risente anche di aspettative necessariamente più contenute che altrove, onestamente.

E arriviamo alla “miccia corta”, quella condizione dell’anima che fa sì che a Varese e dintorni, nelle ultime stagioni, i problemi scoppino quando novembre non è ancora nemmeno arrivato alla sua metà, con conseguente umore nero dell’ambiente e mantra “bartaliani” in stile «Gli è tutto da rifare».

La bomba varesina è lì lì per scoppiare o forse è già scoppiata. Poco cambia. A Capo d’Orlando una Openjobmetis senza Campani e con il Kangur “delicato” post trasferta in Turchia può anche iniziare a scavare (perseverando nelle sconfitte), così come è lecito che riprenda in mano la propria saldezza. Dipende da quanto il gruppo crede ancora in se stesso e da quanto chi il gruppo lo guida crede in coloro che lo compongono. Tutti, dal primo all’ultimo. Tagliati, mezzi tagliati e non.