BARI Giuseppe Figliomeni, un omone alto come una guglia e tratteggiato dagli spigoli della fatica, al fischio finale ha sgranato i suoi occhi scuri e buoni verso il piccolo Benny Carbone. Avrebbe potuto alzarlo con un braccio, come un papà fa con il figlio, e invece lo ha abbracciato come un figlio fa con il papà. Teneramente, perché il grazie più bello è quello appena sussurrato. Grazie, Benny,
perché tu hai creduto in me e in quelli che qualcuno aveva definito scarti. Grazie perché hai radunato indesiderati, sconosciuti e riserve dicendo: «Voi forse non siete i migliori, ma là fuori non vincono i migliori. Nemmeno io lo sono ma nella vita ho imparato che basta accettare una sfida per iniziare a vincerla. Accettate la mia che è fatta soltanto di quattro parole: io credo in voi».
L’hanno fatto e così una squadra senza nome e senza nomi (fuori Troest, Terlizzi, Zecchin, Cellini e il bomber che verrà) ha mostrato lo stesso volto: undici Figliomeni. O undici Camisa: un anno fa erano la difesa che finiva in panchina e qualche volta in tribuna. Undici Pucino, undici Damonte: semisconosciuti con i sogni nel motore e il portafoglio pieno di incoscienza.
La serie A, che ha scioperato per difendere una montagna di milioni, dovrebbe guardare a Bari. E arrossire di fronte a una piccola squadra di seconde linee guidata dal bomber della Primavera e da un giocatore scappato dalla guerra in Bosnia – e dalla serie D – che corre come un treno. Che tira pugni
come un pugile ferito. E che fa il suo dovere non per ingrossare il conto in banca ma per il piacere di giocare a calcio. Per avere un futuro. Per il suo allenatore. Per quell’unico bandierone biancorosso che, mosso dal vento, alla fine sembrava muoversi ancora più forte nell’immobilità di settemila baresi: lui gagliardo, loro increduli.
La bravura di Carbone, ampiamente prevista dalla sua storia, è stata psicologica: ha radunato ciò che era rimasto dopo 4 sconfitte su 5 e la figuraccia con la Sommese in un unico pugno di rabbia, che s’è poi rovesciato in campo. Non dobbiamo illudere nessuno ma è stato un signor Varese. Che ha fatto la partita e alla fine ha realizzato la profezia di Roberto Prini, voce varesina di Sky: con quelle aperture di Neto, quelle penetrazioni di Nada e gli slalom di Carrozza una punta vera avrebbe messo dentro un paio di gol. Prima arriva e prima eviteremo di buttare via tanto ben di dio. In mezzo all’area, il peso dell’attacco è stato quello di uno spillo. Anzi, di una zanzara (De Luca) nell’infinito San Nicola.
Con il Crotone, e in tante altre occasioni, non basterà l’eccezionalità di un Varese che ha corso, in un forno, tre volte più degli avversari. Quella carica da finale playoff, prima o poi, si placherà. E allora servirà la normalità di un gol. Cioè: un bomber.
«È la nostra città» cantava l’impressionante curva barese. Ma se siamo qui a sventolare la bandiera del Varese nello stadio di Italia-Inghilterra e di una Coppa dei Campioni, possiamo urlare che questa è anche la nostra città. Insultati, derisi, sconfitti in partenza, restiamo i campioni del fango, delle lacrime, dell’orgoglio portato dal vento. Noi siamo il Varese.
Andrea Confalonieri
s.affolti
© riproduzione riservata













