VARESE E’ tutto un complesso di cose che fa sì che Paolo Conte si fermi a Varese per due giorni, un circolo virtuoso innescato dagli amici del Club Tenco, con il giornalista Vittorio Colombo trait d’union con il Premio Chiara e l’Apollonio, per organizzare, sabato primo ottobre, il grande concerto per il decennale del teatro seguito, la domenica, dalla consegna, a ville Ponti, del premio “Le parole della musica”, lo scorso anno assegnato a Francesco Guccini.
L’autore di “Nelson” ritorna nella città giardino in veste di affabulatore dopo l’ultimo incontro sotto il tendone di “Amor di libro”, dove raccontò il suo modo di affrontare la vita, le passioni e i ricordi, l’amore per le storie di Piero Chiara, paragonate alla semplice complessità di un Simenon, la stessa facilità nel descrivere un mondo in poche righe. A 74 anni, Conte ha gli occhi di un fanciullo curioso, non si muove senza Egle, la donna «dalla bellezza brasiliana» conosciuta nello studio di avvocato, si aggira annusando l’aria, nascondendo la congenita timidezza dietro un sorriso o una smorfia, cercando la voce nella soffitta dei ricordi.
Paolo non scrive poesie ma poesia è il suo vivere, ciò che sa trasmettere con un accordo, un giro di frase, con quei suoni colorati che trafiggono come il sole d’agosto e non se ne vanno più.
Trascinato sul palcoscenico a rappresentare con la sua voce «oscura e nascosta» un immaginario ricchissimo e senza tempo, rimane un uomo che si diverte di più quando sta solo, attento come pochi alla vita semplice di ogni giorno, un «borghese di provincia», con la passione divorante per il disegno ancor prima della musica.
Lei è un antico lettore di Chiara: cosa c’è di lui in lei e viceversa?
«Si parva licet componere magnis, qualcosa in comune c’è. Siamo entrambi buoni annusatori. La velocità di messa a fuoco, per esempio, per me per necessità, nei tre minuti di una canzone, per lui essenza stilistica».
Lei non ama molto il romanzo, predilige la poesia del Novecento: che rapporto ha avuto con Sereni e le sue “anime di lago”?
«Ho un’altissima ammirazione per Vittorio Sereni, poeta di eleganza misteriosa, di un novecentismo che in pittura mi porta al mio adorato Campigli».
Cosa pensa dei poeti di oggi, Cucchi, Majorino, Vivien Lamarque? Li legge?
«Conosco e apprezzo Cucchi. Gli altri, per pigrizia, mi sono sconosciuti. Mi piace tanto, da anni, Umberto Fiori».
Ascoltare le sue canzoni è come vedere un film, fotogramma dopo fotogramma, con la musica, ancora prima delle parole, a colorare i luoghi. Forse i colori le vengono alla mente ancora prima delle note?
«No, la musica nasce astratta, anche se per me certe tonalità d’impianto hanno una loro tinta: la bemolle è rosso scuro, mi bemolle è azzurrina, sol è bianca, e così via».
La si conosce come un grande ammiratore di Verdi e come lui ha uno spiccato senso del teatro, soprattutto nell’uso della parola: il Maestro martirizzava i librettisti fino a scrivere di suo pugno intere pagine, e anche lei piega il testo al volere della musica.
«Certo, e come lo capisco!»
La sua è un’ispirazione nella memoria, che torna agli anni dell’infanzia e all’imprinting sonoro dei 78 giri e della radio. Dell’oggi cosa metterebbe nelle sue canzoni?
Non si può scrivere immediatamente di attualità, bisogna aspettare che passi».
Quando non è in giro per concerti o non dipinge come si rilassa?
«Me ne sto tranquillo in campagna, vado a passeggio con il mio cane».
Come mai secondo lei oggi si vuole nascondere i sensi, dando spesso ai rapporti umani e alle cose una patina asettica?
«Penso sia anche una questione di uso della parola, di vocabolario. Il nostro si è per così dire, intimidito».
Un grande varesino, il filologo Dante Isella, è morto con il rammarico di veder cancellato quasi del tutto l’uso del dialetto, lingua vivissima e colorata come non lo è l’italiano. Le capita mai di pensare in dialetto le parole delle sue canzoni?
«Più volte, e per me ho anche scritto qualche canzone. Ma sono contrario all’uso ufficiale dei dialetti. E’ bello scoprire il dialetto sotto la lingua di tutti».
Cosa può dare ancora di positivo la provincia italiana?
«Ha sempre dato, fin troppo. Le metropoli, ammesso che ci siano, molto meno, in proporzione».
Qual è la stagione che preferisce?
Senza dubbio, la primavera»
Cosa nota per primo in una donna?
«Le gambe!»
A quale elemento si sente più legato?
«Sono da sempre attaccato alla terra».
Un tempo si era felici con poco e l’umanità traspariva nei gesti e nei contatti tra persone. Oggi che si vive nel superfluo si è persa la naturalezza del vivere: che cosa ne pensa?
«Oggi la nostra vita si può riassumere così: consumismo, usa e getta, numeri. E sarà sempre peggio. Evviva».
A chi dedica il premio “Le parole della musica”?
«Lo dedico a Piero Chiara e a tutti quelli che, per fortuna, continuano a tenere alto il suo ricordo».
Mario Chiodetti
e.besoli
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