«Volare a Palermo o andare a Trezzano? È la stessa cosa, se lo si fa per il Varese»

«Volare a Palermo o andare a Trezzano? È la stessa cosa, se lo si fa per il Varese»

Edoardo Cutrignelli ha coronato il suo sogno: era un semplice tifoso, adesso lavora per la società: «A luglio eravamo morti, ora c’è un progetto a lungo termine e un gruppo che sembra una famiglia»

Appena il Varese era stato promosso in Serie B, nel giugno del 2010, qualcuno aveva detto che alla prima squadra sarebbe servito un cuoco sopraffino ed era stato fatto il nome di Edoardo Cutrignelli, diplomatosi in una ottima scuola alberghiera. Ma le priorità erano ben altre dall’assumere uno chef da dedicare completamente ai giocatori e così Cutrignelli era rimasto un tifosissimo doc della squadra. Da questa stagione però è parte dello staff biancorosso e permetteteci di dire che se lo merita.

Cutrignelli, finalmente ce l’ha fatta a entrare nel Varese. Contento?

Strafelice e devo dire grazie a Enzo Rosa e Paolo Basile che conosco da anni e mi hanno concesso l’opportunità di far parte della famiglia biancorossa. Era il mio sogno e me lo stanno facendo vivere in maniera splendida. Io ci metto la buona volontà e ho tanta voglia di imparare e continuare a darmi da fare.

Di che cosa si occupa?

Faccio parte dell’area scouting e dunque sono osservatore: vado a vedere, per conto della società, tutte le partite che mi assegnano.

Ma la domenica è sempre seduto a bordo campo…

Sì perché sono anche l’assistente del grande Pietro Frontini, dirigente accompagnatore che in Italia tutti ci invidiano. Mi sta insegnando i trucchi del mestiere e non solo a compilare le distinte delle formazioni prima delle partite.

La pagano?

No sono un volontario ma io ho preso questo incarico in modo professionale e ho tanta voglia di imparare. È un sogno che non mi sarei fatto sfuggire per nulla al mondo. Varese è la mia città e il Varese è la mia squadra del cuore e finalmente ne sono coinvolto appieno, in prima persona.

Da dove nasce la passione?

Da lontano. Ricordo che dieci anni fa, ai tempi della Serie D, andavo a vedere il Varese di Devis Mangia e alla fine della partita mio papà mi accompagnava al treno perché dovevo rientrare a Ponte di Legno, dove frequentavo la scuola alberghiera.

Chi l’ha chiamata quest’anno?

Enzo Rosa mi aveva chiesto l’estate scorsa se volevo fare parte del progetto Varese, visto che mi conosceva come tifoso. In verità con lui avevo avuto anche il compito di responsabile dei rotori che stanno a bordo campo: erano gli anni di Sannino e quindi della cavalcata dalla Seconda divisione alla B e io dovevo arrivare allo stadio almeno due ore prima della partita per programmarli mentre durante la gara dovevo stare lì a vedere se funzionavano e alla fine dovevo coprirli e rimetterli a posto.

Insomma, aveva già avuto incarichi societari…

Sì e l’anno scorso mi prestavo a portare in trasferta le macchine dei giocatori, che ovviamente erano partiti in pullman per raggiungere il ritiro pre gara. Ma è da quest’anno che si sta facendo sul serio e ho anche un altro incarico che mi sta a cuore.

Quale?

Sono responsabile dei rapporti con la tifoseria e ci tengo a ringraziare gli ultrà con cui c’è tanta sintonia.

Siamo già ai ringraziamenti: a chi altri si sente di dire grazie?

Al presidente Gabriele Ciavarrella e a Piero Galparoli che mi hanno accolto come se fossi un loro dipendente anche se in realtà sono un volontario. Ma mi vedono come una persona di fiducia e io faccio di tutto per ripagare questa fiducia. Ringrazio di cuore anche Daniele Bernardeschi.

Qual è il segreto del Varese?

Aver riorganizzato, nonostante la fretta necessaria a inizio stagione dopo la rifondazione di luglio, la società e la squadra con un progetto serio e in grado di proiettarsi sul futuro. Il Varese è una famiglia che anche grandi calciatori come Marrazzo, Gheller, Bordin e Luoni hanno voluto subito sposare. Tutti hanno capito che il Varese è solo da amare.

A chi si sente più legato?

Ho scoperto una persona fantastica che non conoscevo ma con cui è nata una complicità unica: Danilo Vago, ottimo professionista con cui sto volentieri a bordo campo durante le partite. Ha tanti trucchi del mestiere da insegnarmi e abbiamo parecchie scaramanzie in comune il sabato, prima della partita.

Cutrignelli, lei ha avuto un lapsus: ha detto sabato ma è in B che si gioca in questo giorno…

E un giorno ci torneremo: ne sono sicuro. Vede, fino all’anno scorso, il sabato mattina mi alzavo alla mattina presto, per seguire il Varese su tutti i campi. Volare a Palermo o andare a Trezzano per me è esattemente la stessa cosa: i colori biancorossi sono la mia fede e non hanno categoria.

Parliamo del futuro: dove arriverà il Varese?

Ho già detto che spero ritorni in B. Una base fondamentale per il futuro è Varesello, sede ideale per gli allenamenti. Le cose si fanno per gradi e anche il vivaio, grazie al lavoro di Giorgio Scapini, avrà modo di crescere molto.

Di che cosa è più felice in questo suo sogno che si è tramutato in realtà?

Di essere stato accolto bene da tutti anche da professionisti notevoli come mister Melosi, il preparatore Improta e Vago di cui ho già detto. Poi dai giocatori come Gheller e Luoni, che hanno calcato importanti palcoscenici. Sto trovando nel Varese tanti amici fuori dal campo: vado spesso a mangiare con Capelloni e Marrazzo e con Capelloni sono stato anche a Luino, nella bocciofila di Paolo Basile per vedere una partita. Viscomi mi accompagnato a vedere una partita della Pro Patria che dovevo seguire come osservatore e con i ragazzi siamo stati a trovare in ospedale il nostro ambasciatore Luca Alfano. Con Luoni poi c’è grande intesa.

Per il suo futuro personale che cosa si augura?

Spero che non finisca qui e che si possa andare avanti il più a lungo possibile. Adesso che è arrivato anche Merlin, nell’area scouting, spero si possa migliorare anche in questo campo. E sogno che un giorno io mi possa ritrovare con i miei due migliori amici a lavorare per il Varese: sono Marco Bof e Nicolò Ramella, anche loro innamoratissimi di questa squadra. Vedete, il Varese è soprattutto amicizia e famiglia: e qui ho trovato amici fraterni come Neto Pereira, Eros Pisano e Max Vacalluzzo. A proposito di Neto: spero possa finire la carriera qui al Varese.


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