Cinquanta chilometri di torrentelli Ma non esiste una mappa dei rischi

Cinquanta chilometri di torrentelli
Ma non esiste una mappa dei rischi
Lo sversamento di nafta a Capolago scoperchia una carenza: «Andrebbe fatta». Gli esperti confermano contiguità tra aziende agricole e reti. E l’inquinamento

Dal particolare al generale: l’episodio di cui è stata sfortunato protagonista il rione di Capolago – colpita nei suoi canali ora inquinati da duecento litri di nafta – suggerisce di pensare allo stato dell’intero reticolo idrico minore del Comune di Varese.
Si parla di circa 50 chilometri di torrenti, fiumiciattoli, rogge o scolmatori dell’acqua piovana, che in molte zone circondano campi agricoli.
L’acqua di tali rivoli ha quasi sempre a che fare con l’altro osservato speciale del momento, il lago di Varese, perché è nel bacino che nella maggior parte dei casi finisce la sua corsa.

Ci si chiede, per esempio, se esista una mappatura delle aziende agricole la cui attività insiste sul reticolo.
L’incidente dei giorni scorsi è potenzialmente ripetibile in altri luoghi? «Un problema di questo tipo appare occasionale – risponde, geologo in servizio al reparto di Polizia idraulica del Comune – perché è intercorsa la fatalità di una cisterna vicina ad un canale. Ma uno studio sull’impatto delle aziende agricole rispetto al reticolo minore non è mai stato nemmeno pensato». L’iniziativa non sarebbe però balzana. Al contrario: «Sarebbe ottima e andrebbe portata a termine – continua Pozzi – perché nel nostro territorio non è infrequente trovare situazioni di contiguità tra lo sfruttamento agricolo e la rete delle acque».
Quello appena enunciato è però solo un aspetto delle problematiche che possono riguardare l’enorme scacchiera che taglia di blu la cartina cittadina e le zone limitrofe.

Forse non a tutti è chiaro un concetto molto semplice: quando si parla di proliferazione abnorme di alghe nel lago di Varese, di «stato pietoso» delle sue acque e si organizzano incontri per tentare di salvarlo, è proprio al reticolo che ci si deve in primis riferire.
C’è chi giura – e si parla di esperti del settore – che «non esiste alcuna roggia del circondario che non sia contaminata almeno un po’ dagli scarichi fognari», affermazione che mette i brividi considerando la quantità di comuni che “abitano” le sponde del lago.
Relativamente alla giurisdizione cittadina bisogna però notare come il reticolo sia tutt’altro che lasciato a se stesso. Prova ne è l’attività delle Guardie ecologiche varesine, impegnate in un monitoraggio costante.
Uno sguardo a quanto successo nel 2012 permette di apprezzarne l’abnegazione ma soprattutto di capire la portata delle questioni che vengono segnalate, affrontate e nella maggioranza dei casi risolte, pur non riuscendo tuttavia ad incidere definitivamente sulla salute del lago: senza veri interventi strutturali, rattoppata una falla c’è sempre un’altra che si apre. Due anni fa le Gev, con quattro agenti compreso il responsabile di settore , hanno redatto – fra gli altri – 55 rapporti di servizio relativi ad attività su scarichi, lavori non a norma lungo i torrenti, giacenza di rifiuti sulle loro rive, sversamenti fognari ed intasamenti idrici.
Gli stessi non hanno riguardato solo Varese ma anche Casciago e Buguggiate.
I torrenti, censiti intorno al 65%, hanno evidenziato soprattutto fuoriuscite di liquidi fognari derivanti da “troppi pieni” durante i periodi di pioggia, o la presenza di alcune vasche dette “di prima pioggia” che dopo i nubifragi scaricano le acque cariche di inquinanti nelle fognature, mettendo in crisi queste ed allo stesso tempo il collettore circumlacuale del lago di Varese.
Tali punti di scarico sono stati visitati una volta al mese, mentre i torrenti al confine con Casciago sono stati oggetto di accertamenti prima bisettimanali poi bimestrali.

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