Una grande opportunità non solo per il sistema economico varesino ma per tutto il Paese; la recente acquisizione di Indesit da parte di Whirlpool convince Dario Di Vico, editorialista ed inviato del Corriere della Sera, di cui è stato anche vicedirettore, esperto di problemi dell’economia reale e del lavoro, su cui ha scritto anche diversi libri.
Lo abbiamo intervistato, per analizzare gli scenari industriali e produttivi futuri e conseguenti alla fusione tra i due grandi marchi dell’elettrodomestico.
Non c’è dubbio che siamo davanti a un rafforzamento di Whirlpool, e che a Comerio e Cassinetta convergeranno due grandi filoni dell’industria italiana dell’elettrodomestico, quella dei Borghi e quella dei Merloni, due storie industriali importanti e tutto questo rappresenta una grande opportunità; il nuovo gruppo si potrà battere per la leadership di mercato sia a livello quantitativo che qualitativo.
Direi che possiamo tranquillamente elaborare il lutto e sottolineare il forte legame di Whirlpool con il proprio territorio di riferimento, in questo caso Varese; meglio concentrarsi sulle potenzialità dell’operazione che vede il nostro Paese protagonista e di cui dobbiamo essere orgogliosi.
In questa fase non deve essere l’occupazione il parametro su cui ragionare quanto l’operazione industriale volta a conquistare la leadership del mercato europeo, fronteggiando la concorrenza asiatica e coreana in particolare. Certo, il rischio dei cosiddetti “doppioni” c’è ma mi pare anche che siamo davanti ad un fatto nuovo.
Al fatto che purtroppo solitamente, siamo abituati a pensare all’italiana le unioni tra aziende e quindi a vederle come un mettere insieme delle debolezze e di conseguenza immaginiamo subito delle razionalizzazioni e degli esuberi; in questo caso però si sono messe insieme due grandi aziende, con due grandi tradizioni, che fanno prodotti segmentati e non solo standard e ciò rappresenta una novità.
Rintuzzare la concorrenza molto dura, in termini di cultura industriale e del costo del lavoro, che arriva dall’Asia e dalla Corea in particolare.
Bisogna investire sulla tecnologia e l’innovazione dei prodotti, importando le tecnologie anche da altri settori, come fanno in Asia; si è aperta una pagina nuova che può riaffermare la leadership industriale europea fatta di fabbriche efficienti, prodotti tecnologici, centri di ricerca e specializzazione degli stabilimenti.
Se politica industriale significa dare soldi a pioggia al settore direi che non ci siamo; purtroppo non siamo abituati a negoziare con le multinazionali che o respingiamo o subiamo. Penso che un manager ne sappia di più di un sottosegretario su cosa serva al settore; visto che siamo di fronte al manifacturing di eccellenza perché non pensare ad esempio a scuole per formare adeguatamente il personale?
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