Il centro diurno Federico Ozanam della Brunella è chiuso dalla fine di novembre. La Chiesa sta lavorando al caso. Ma i volontari fanno pressing: chiedono di avere il permesso di riaprire il centro e di gestirlo temporaneamente per dare accoglienza ai (circa) 80 senzatetto che adesso sono al gelo. «Siamo particolarmente preoccupati per il protrarsi della chiusura della struttura – si legge in una lettera datata 12 dicembre, scritta dai volontari e spedita al vescovo e al prevosto – La stagione
fredda è prepotentemente iniziata e quelle persone che lì potevano trovare un ambiente accogliente e caldo ci interpellano continuamente per chiedere quando il centro riaprirà. Stante l’attuale situazione amministrativa pensiamo che non ci sarà una soluzione a breve».Da qui la proposta dei volontari: «Noi potremmo prenderci la responsabilità di una gestione temporanea senza alcun vincolo da parte della parrocchia, pronti ad attenerci alla soluzione definitiva che sarà ritenuta più idonea. A noi preme ricoverare queste persone che già vivono gravi difficoltà».
Il centro Ozanam è nato alla fine di novembre 2013 per desiderio della San Vincenzo, con lo scopo di offrire un ambiente accogliente dove le persone senza fissa dimora o sole potessero trascorrere la giornata.
Il centro apriva alle 11.30 e chiudeva alle 17. Durante quelle ore gli ospiti – dai 50 agli 80 al giorno – avevano diritto a una bevanda calda, potevano trascorrere il tempo con i volontari e il personale della struttura partecipando ad attività di diverso tipo (tra cui i corsi di italiano). Il mercoledì c’era anche un medico a disposizione.
Le cause che avrebbero portato alla chiusura del centro sarebbero di natura burocratica e amministrativa, legate alla scadenza di un contratto e a un lungo iter di rinnovo. Stando alle voci, però, avrebbero pesato anche alcune situazioni critiche, come il consumo di spinelli (che i volontari e gli ospiti dicono essersi sporadicamente verificato solo in strada e mai all’interno del centro); i disagi legati alla distribuzione dei vestiti; nonché una gestione troppo autonoma da parte dei volontari che secondo i superiori avrebbero fatto troppe volte da sé, ignorando le indicazioni concordate.
«Perché chiudere? Sarebbe stato sufficiente allontanare le persone che non si comportavano bene invece che penalizzare tutti. Anche perché si sa che in contesti di forte stress, con persone senza lavoro e senza casa, può capitare che la situazione esploda – afferma Amine, ospite marocchino di 37 anni – I volontari erano motivati, tanto che andavano a comprare i biscotti di loro tasca per la merenda. Volevano tenere aperto il centro anche alla domenica e a Ferragosto».
Oggi, a un mese dalla chiusura del centro, alcuni ospiti continuano a gravitarci intorno. «Per noi era una casa – continua il ragazzo marocchino, che di notte dorme sui vagoni del treno – Adesso non sappiamo più dove andare. Passiamo la giornata in strada, scaldandoci con il vino. E pensare che nel centro non bevevamo mai. Ci siamo rifugiati nei bar, ma non è che uno possa stare dentro lì per chissà quanto tempo perché poi i titolari ti guardano male».
E ancora: «Ci siamo fatti avanti tante volte per lavorare. Ognuno di noi, infatti, sa fare qualcosa, dal meccanico all’imbianchino. Non abbiamo mai chiesto la carità».
I volontari stavano pensando di organizzare collegamenti via Skipe tra gli ospiti e i parenti lontani. In cantiere c’era l’idea di creare dei gazebo in centro con la distribuzione dei curricula degli ospiti, per aiutarli a trovare lavoro. Stavano lavorando anche ad iniziative di raccolta fondi, come la pubblicazione di un libro di ricette.
«Attendiamo una risposta, che speriamo positiva, alla nostra proposta» concludono i volontari.













