– Un bambino e la sua mamma ai giardini pubblici, lui in piedi con una giacchettina chiara e i calzoni corti, lei seduta un po’ imbarazzata, un cappellino vezzoso, le mani in grembo, poggiate sulla borsa, il sorriso appena abbozzato.
Luigi invece è impettito, l’anno è il 1936, allora la giovinezza era una «primavera di bellezza», s’imparava a marciare già all’asilo poi si diventava Figli della lupa, come mostra l’altra immagine che il signor Mancini ci ha portato in redazione, che lo ritrae assieme ai compagni della sua scuola elementare.

Luigi Mancini (in basso a sinistra) insieme ai suoi compagni di scuola elementare
Sul bordo della prima fotografia, frastagliato come usava a quel tempo, la didascalia recita: «Mamma Mietta e Gigi – Varese 1936/37» e chissà che gioia per la famiglia, appena arrivata da Gallarate, fare quattro passi al parco di Francesco d’Este allo sbocciare del maggio. Forse mamma aveva anche una bella voce, come la sua omonima attuale, e cantava al figlioletto le canzoni della radio.
La “primavera della vita” di Luigi era scandita da precise incombenze, la scuola il doposcuola la ginnastica le sfilate, perché un Figlio della lupa, oltre all’uniforme con tanto di fez e moschetto di legno allegato, doveva conoscere la dottrina, stampata per esempio nell’Albo di Cultura fascista per la scuola, in cui si raccomanda agli alunni «disciplina, studio, lavoro, forza, coraggio e bontà».
Ma la sua espressione, nello scatto che lo vede sull’attenti davanti a Palazzo Estense, è quella di un bambino felice e fiero di essere lì, a respirare il profumo dei fiori e a correre sulla ghiaia dei vialetti, finalmente libero. A Varese Luigi Mancini ha continuato a vivere, regalandoci il suo sorriso di ottant’anni fa che per fortuna non è cambiato.













