Fabrizio Frates avrà sicuramente capito tutto della vita e del basket, come ostenta verso chiunque osi metterne in discussione l’“altezza”, ma altrettante certamente non ha capito nulla di Varese (non della squadra, per carità, ma dell’ambiente; e qui l’ambiente fa squadra). Non è un’offesa, anche se a lui ogni tipo di critica appare tale e ogni complimento quasi dovuto, al massimo un’autodifesa.
Dice in un’intervista piena di puntini sulle i e bacchettate al Corriere della Sera (all’informazione locale il giorno dell’esonero non ha voluto parlare ma possiamo anche capirlo, lui vola alto): «Il passato ha abituato Varese a viaggiare in prima classe».
Di quale passato parla, signor Frates: del suo o del nostro? Perché di sicuro non si sentivano in prima classe gli oltre quattromila spettatori fissi che hanno vissuto al palazzetto di Masnago tre campionati di A2 negli ultimi 22 anni. Viaggiando solo in prima classe, con la testa oltre le nuvole a migliaia di metri da terra, Varese sarebbe scomparsa al tramonto dell’era Castiglioni e non sarebbe ripartita con l’umiltà degli ultimi dai Gergati e dai Passera. O non sarebbe andata, cappello in mano, a chiedere aiuto al più grande varesino “non varesino”: Renzo Cimberio.
E invece proprio l’apertura mentale all’esterno, la capacità di abbassarsi e unirsi, il coraggio di ripartire dalla cenere di scudetti gettati e campioni o dirigenti bruciati, l’amore gratuito e disperato del pubblico, la follia di riuscire a fare la guerra al mondo con un bilancio ridotto ma pulito rappresentano l’abitudine di Varese a viaggiare anche in seconda o terza classe pur di salvare uno sport che è un’ossessione, dal sindaco al custode del palazzetto.
«Penso che il presidente Cecco Vescovi non mi avrebbe mai licenziato» aggiunge sibillino l’ex coach. E allora, chi l’ha fatto, signor Frates? È stato Cimberio? O la folla? O magari il consorzio? Perché dividerci tra buoni e cattivi, signor Frates? La verità è molto più semplice: siamo stati tutti noi, da Vescovi in giù, a voler cambiare allenatore. Perché non rappresentava più il nostro modo di vivere e vedere il basket a Varese. Il professionista non è in discussione ma qui siamo fatti così: si parla in prima persona plurale e non al singolare come fa lei quando dice «dopo 25 anni di professionismo sanno tutti che amo le squadre un po’ giovani e atletiche» o «è stato chiaro da Morbegno, alla prima uscita precampionato, che Clark non si combinava con Coleman ed Ere, e soprattutto l’asse Clark-Hassell, per la staticità del pivot, ci rendeva inermi sul pick&roll».
Ma signor Frates, se sapeva tutto a Morbegno, perché ha aspettato otto mesi per dirlo? E quando aggiunge «siamo stati coerenti nel non cambiare», i cambi di Banks per Coleman e Johnson per Hassell li abbiamo visti solo noi?
Infine la favoletta che racconta al Corriere: «Nel film “La tempesta perfetta” i pescatori, spinti dalle difficoltà economiche, decidono di affrontare condizioni molto sfavorevoli, e di fronte al mare in tempesta nessuno ha preso la scialuppa per tornarsene a casa. Non credo che se fossi rimasto al timone avrei fatto affondare la Cimberio».
Caro Frates, lei potrà insegnare tutto a Varese tranne una cosa: come si continua a fare il proprio lavoro con le onde alte dieci metri, senza tornare mai a casa.Per dirla tutta, a una società che ha fatto scuola su come restare in mare aperto nel pieno della tempesta, lei non deve insegnare nulla.
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