– Anno di grazia e disgraziatamente di guerra 1942. In quel di Vitulano, nella provincia di Benevento, il giovane vive con la sua mamma e lavora nel capoluogo all’Aeronautica Macchi. Il suo papà l’ha perso quando aveva solo due mesi e la mamma è stata capace di farlo crescere sano di salute e valori. Un bel giorno nasce un problema con la padrona di casa e Giovanni s’incammina malvolentieri sui 16 chilometri di strada verso la città. Una volta arrivato a destinazione chiude una pratica
ma comincia una favola che dura da 70 anni. «Dalla padrona di casa – ricorda Giovanni – trovai anche una bella ragazza in compagnia della sua comare».«Era un lunedì e da quel giorno non mi ha più lasciata stare!». L’interruzione del racconto di Giovanni è di quella ragazza, con la quale mercoledì prossimo festeggerà il settantesimo anno di nozze. Giovanni è nato il 20 marzo del 1922. Lei, , è del 28 ottobre 1925. Anni 40, anni di guerra e miseria, Sud Italia, approccio maschio femmina.
«Non ci fu nessun ostacolo – risponde Giovanni – Caterina accettò subito di vederci e frequentarci».
«Si però nacque subito un problema anzi due – precisa Caterina – Io sono la maggiore di undici fratelli. Ogni volta che rientravo a casa, i maschi più grandi mi sgridavano perché mi vedevo con un ragazzo senza averlo prima presentato ai miei. Inoltre, accompagnando a scuola il mio fratellino più piccolo, nel mio quartiere cominciava a circolare la voce che quel bambino fosse mio figlio. Una situazione sempre più pesante fino a quando mi piantai di fronte a Giovanni e gli dissi “o vieni a casa e ti presenti alla mia famiglia oppure ognuno per la sua strada”. Quattro anni dopo, il 17 febbraio 1946, eravamo in Chiesa a sposarci».
«Macché viaggio di nozze – scoppia a ridere Giovanni- quel giorno nevicava e dopo la messa a Benevento tornammo a piedi a Vitulano dove decidemmo di andare a vivere per non lasciare da sola la mia mamma».
«Lo stabilimento della Macchi di Benevento era all’avanguardia – continua Giovanni – Avevamo la prima e unica galleria del vento in Italia e in quanto “mano d’opera insostituibile” evitai di fatto la guerra, fatta eccezione per pochi mesi di militare prima a Crotone e poi a Roma, in quel momento “città aperta”, dove rischiai la vita sotto i bombardamenti. Quando anche la Macchi venne bombardata la Federconsorzi comprò quello che rimase in piedi riconvertendo la produzione in mangimi e altri prodotti legati all’agricoltura».
«Mi dispiaceva non far più il mio lavoro di tecnico per il quale ero molto apprezzato ma intorno a noi c’era la miseria ed uno stipendio era un privilegio da tenersi stretto. Poi, un giorno rividi per caso un vecchio amico emigrato a Varese dove lavorava come Ispettore del lavoro. “Fai domanda alla Caproni – mi disse – fanno gli elicotteri per l’Agusta e uno come te lo prendono subito”. Mi convinsi a fare la domanda e dopo pochi mesi arrivai a Somma Lombardo dove mi diedero addirittura una casa in affitto a mille lire».
«Nel frattempo Caterina frequentò un corso di magliaia a Torino diventando bravissima, lavorando per qualche tempo anche nel prestigioso Maglificio Casati di Lugano, ma purtroppo problemi di salute e ripetuti interventi chirurgici gli hanno tolto la soddisfazione di poter valorizzare appieno le sue mani d’oro».
«Dalla gente comune molto bene. Dai colleghi molto meno perché erano invidiosi delle mie qualità e non sopportavano di vedermi guadagnare in poco tempo la considerazione e l’apprezzamento dei superiori. Qualcuno arrivò addirittura a sfidarmi nel risolvere problemi fino a quel momento per loro irrisolvibili da me puntualmente risolti». E mentre Giovanni scalava posizioni al lavoro, Caterina recitava alla grande il suo ruolo di moglie diventata tre volte mamma. Morale della favola: 70 anni insieme, tre figli, otto nipoti e tre pronipoti.
«Mamma mia che festa!- risponde Caterina – Quel giorno eravamo già contenti perché in casa con noi c’erano tutti i nostri cari ma ad un certo punto ci hanno chiesto di affacciarci alla finestra e giù nel cortile del nostro condominio a San Fermo c’erano tutti i condomini che ci cantavano in coro una serenata».
«Macché – risponde pronta Caterina – questo non ne vuole sapere».
«A Parigi! Comunque non mi lamento. I nostri viaggetti insieme ce li siamo fatti».
«I giovani vogliono tutto subito, non hanno pazienza e non sanno perdonare. Oggi manca il rispetto. In una famiglia si può e si deve discutere, avere ognuno il proprio punto di vista, litigare. Però, alla fine si deve sempre trovare un punto d’incontro per continuare insieme».
«Quello che dovevamo e abbiamo potuto fare l’abbiamo fatto – riprende Giovanni – Adesso ci godiamo la serenità di vedere figli, generi, nuora, nipoti e pronipoti, coltivare e insegnare i valori con i quali siamo cresciuti e abbiamo formato una famiglia, cercando sempre di essere guide discrete ed esempi. In due parole: buoni genitori».
«Insieme abbiamo vissuto momenti belli e superato momenti brutti – conclude Caterina accarezzando la mano del suo Giovanni – Dopo 70 anni siamo ancora insieme a ricevere l’affetto dei nostri cari. Cosa possiamo volere di più? Lo decida il Signore».













