– Elisabetta percorre le vie più nascoste del centro città, viene dal tribunale e imbocca il San Martino, poi prosegue per piazza Carducci, vicolo Santa Chiara, corso Matteotti. Guarda in alto, atteggiamento che la distingue da quasi tutti gli altri pedoni, ognuno dei quali è impegnato in una personale lotta a testa bassa contro la lentezza e la contemplazione estetica. Lei
da qualche minuto non abita più l’epoca presente, ma come in un sortilegio, o un capriccio della mente, vive «la città che adolesceva», con oscuri cortili dagli anditi misteriosi, echi che rimbalzano sotto le volte porticate, il fragore delle ruote ferrate dei carri lungo le “rotaie” di serizzo, i gridi ripetuti dei venditori «Ooh che ügaa, dulza e bona, melun bon».
Una città di strade ambigue, a metà campestri, percorse da greggi e pellegrini, con gli affreschi della Madonna dipinti nelle edicole per buona ventura, in cui si camminava assaporando l’aria senza l’esigenza nevrastenica della velocità.
Elisabetta Cacioppo è una cacciatrice di segni, che poi fissa con una macchina fotografica o più furtivamente con uno smartphone, quei segni antichi e ancora vivi che ci toccano il cuore perché noi siamo ancora quella cosa, ma le sue tracce sono sempre più superficiali nel nostro animo, le osserviamo con distacco, a volte anche con ironia.
I cortili sono come piccole fortezze, custodiscono milioni di parole, di gesti, hanno saputo ascoltare e raccontare, osservare e immaginare, perché la storia minima è passata di lì, quella che non troviamo nei libri ma nei pensieri, nei nostri modi di dire e perfino in quello di muoversi, la stessa che ci fa dire «ciumbia» o «porco sciampin» senza sapere bene il perché, ma certi che quell’intercalare sia parte di noi per via di qualche strana genetica lessicale.
Cortili di case patrizie e di ringhiera, colonnati e bifore, officine dalle insegne corrose dal tempo, lastricato e rizzada, pietre e mattoni a vista, la penombra amica dei gatti e degli innamorati. Tutto ciò Elisabetta lo registra in un angolo della mente e lo regala in forma di immagini rubate, dove le impronte del passato si mescolano alle unghiate dell’oggi, agli spatolati e al vetrocemento, ma ciò che conta è aver ritrovato il capo di un filo scomparso e cercare nuove mani che lo dipanino dalla matassa dell’indifferenza.«Già si incominciava a demolire: piazze larghe, strade in rettifilo; sovrani, picconi e squadre. Vi hanno camminato, vi camminano i cittadini più diritti e sicuri? Ogni cosa consiglia l’ortogonia, la politica e l’igiene; per ciò si sopprimono gli edifici biscornuti e le idee doppie; quelle cioè, che sono sempre vive, e sono le più sincere. Noi non vogliamo scansare l’ostacolo, ma lo abbattiamo, alla critica succede la sintesi, ma scordammo molta allegria e molto buon cuore; ma
l’ironia si è fatta sarcasmo e ciascuno teme del suo vicino, se la satira interviene si invoca il chirurgo», scriveva Gian Pietro Lucini nella sua memorabile “Passeggiata sentimentale per la Milano di “L’altrieri”. Molto si è demolito nel cuore di Varese, ma chi cerca i segni spesso si accorge di come questi restino sottotraccia, a indicare il lavoro passato, quando i cortili accoglievano gli artigiani, il fabbro batteva sull’incudine dietro la piazza del Battistero, i biscotti uscivano profumati dalla via San Martino, da Strocchi in corso Matteotti si riparavano le biciclette come da Cervini, in via Manzoni. Ballatoi, vecchie ringhiere, sindoni di antichi affreschi rimaste come sbiaditi trompe-l’œil a raccontarci di ricchezze accumulate con il commercio, o di discendenze nobiliari e affinate conoscenze artistiche. Perabò, Veratti, le loro case ci sono familiari quasi come la nostra, la finestra di cotto e Sant’Antonino, il “cortile delle azalee” in fondo a corso Matteotti, sono riferimenti generazionali, come il Piantone o la fontana di piazza Monte Grappa.
Alla locanda del Leon d’Oro “con stallatico”, sostò il giovane Hugo von Hofmansthal proveniente da Lecco in bicicletta, mentre un giorno del 1911, due uomini un po’ straniti arrivano a Varese e domandano di via San Martino. Uno è molto giovane e piuttosto magro, un po’ stempiato, con corti baffetti e sguardo penetrante, l’altro, più maturo, ha un viso intenso, spirituale, la sigaretta tra le labbra. Sono Igor Stravinsky e Maurice Ravel, e provengono da Clarens, in Svizzera, dove il primo sta componendo la “Sagra della Primavera” ma gli manca la carta pentagrammata, così la “stampa” personalmente con una speciale macchinetta. Ma i fogli sono troppo sottili e l’inchiostro passa da una parte all’altra, e Ravel gli consiglia la Carta Varese, più spessa e resistente.
In via San Martino c’è la bottega di Giuseppe Rizzi, che dal 1904 aveva il monopolio di vendita della carta, prodotta dalla cartiera Molina di Malnate sui modelli storici creati nel Seicento da Giovanni Antonio Remondini da Bassano del Grappa, titolare allora della più grande stamperia d’Europa. La “Sagra della Primavera” è nata in cortile, come una bimba di allora, e se n’è andata per il mondo lasciando una traccia di come siamo stati, la stessa riconosciuta dalla donna che guarda in alto mentre cammina in una dimensione temporale diversa dalla nostra.
Anche la sua è una passeggiata sentimentale, e gli ultimi intimi ripostigli della città, screpolati come vecchi rugosi o sconciati da un’irriverente modernità, le sussurrano qualche recondito segreto, tra l’umidiccio di un’aiuola e la bizzarra architettura di una scalea che sembra vergognarsi e nascondersi nel muro. Elisabetta ci dona i suoi ritagli colorati, catturati con il sole e la pioggia, da osservare con cura e pazienza perché appaiano, come fate morgane, i segni di una precedente umanità e il tempo si sincronizzi di nuovo, scorrendo soltanto un poco più accelerato.













