Occhio a rivelare su Facebook le strategie della propria azienda o a parlarne male. La BTicino, che fa parte del gruppo Legrand dal 1989, ha sottoposto alle rappresentanze sindacali una bozza di «Carta sull’uso individuale dei social media» che disciplina l’utilizzo dei social network al di fuori dell’orario di lavoro. Nel documento, che è ancora in fase di stesura, ci sono alcuni consigli per i dipendenti che intendono fare del proprio posto di lavoro oggetto di conversazione. Li ha elencati su Facebook, nella pagina del gruppo «Lo sai Milano», il dipendente Maurizio Spezia: «Il primo consiglio è essere onesti circa la propria identità. Per non creare ambiguità, il dipendente potrà ad esempio dire “io lavoro per BTicino ma questa è la mia opinione personale, non quella del gruppo”. Il secondo consiglio è essere consapevoli che ciò che viene pubblicato è permanente e che i social media offrono poca sicurezza. È quindi responsabilità del dipendente occuparsi dell’adeguata configurazione delle impostazioni di protezione. Terzo: usare il buon senso, è preferibile concentrarsi sugli argomenti di dominio pubblico. Quarto: agire con rispetto. Quinto: saper abbandonare il dibattito ogni qualvolta ci si rivolge al dipendente Legrand (e non all’individuo) per porre delle domande sulla società o sui suoi prodotti». Tutto questo perché «Internet e i social media contribuiscono a costruire la e-reputation di una azienda, che si genera a partire dalle comunicazioni web diffuse dall’azienda stessa, ma anche da tutte le informazioni pubblicate dagli internauti». Critico Maurizio Spezia: «Sui social network bisogna stare alle regole della legge italiana e a quelle del social a cui si è
iscritti, ma di sicuro non bisogna rispondere al datore di lavoro. Ho anche sentito dire che io sono dipendente 24h su 24h, ma mi permetto di dire che io sono dipendente dal momento in cui timbro il cartellino al mattino fino che non lo ritimbro alla sera, dopodiché sono un essere umano libero». «Vogliamo chiarire che si tratta esclusivamente di un documento di consigli, suggerimenti e cautele a beneficio dei dipendenti affinché siano informati e sappiano quello che può sfuggire in termini di rivelazioni di segreti aziendali – precisa la BTicino – La Carta ha la forza di un regolamento interno, quindi di un documento che tutti sono impegnati a rispettare. Poi i consigli si possono accettare o meno. Ma per diffamazione si può essere citati in tribunale: è la legge Italiana che lo dice, non abbiamo inventato nulla, né introdotto ulteriori provvedimenti disciplinari. Detto questo, di certo non metteremo in atto meccanismi alla Grande fratello per spiare quello che fanno i dipendenti sui social network. Negli Usa, dove documenti come la nostra Carta sono già in vigore da un paio di anni, ha fatto scalpore il caso del fastfood Domino’s Pizza. Un dipendente ha pubblicato su YouTube un video goliardico che mostrava una pizza preparata con ogni sorta di schifezza. Per l’azienda questo è stato un grave danno di immagine a cui sono seguiti seri provvedimenti disciplinari. Si tratta di un caso limite e non credo che si arriverà a tanto qui da noi. Ma è utile far partire un iter di confronto su queste tematiche coinvolgendo i sindacati». Adriana Morlacchi
e.besoli
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