E il cronista scoprì un “Creatore” da terzo millennio

Mi hanno detto “Vai a Faberlab”, io l’ho fatto. E al corso ho scoperto che Sharebot ci cambierà

– Tra Varese e Tradate ci sono circa 16 chilometri, molti dei quali da assaporare in coda, viaggiando con l’andamento lento imposto da semafori, rotonde e traffico. Tra un giornalista locale, basculante nella galassia dello sport e della cronaca, e un corso per imparare a usare una stampante 3D, la distanza è invece superiore. E nemmeno di poco. In questo caso i chilometri da superare sono un percorso tra deficit personali (scopriamo subito le carte: io sono l’antitesi dello smanettone) e professionali (non capita spessissimo di parlare di tecnologie su un giornale locale?), corroborati da quel senso dell’ignoto che aumenta la percezione della lontananza dall’obbiettivo.

Eppure, durante quella telefonata arrivata dalla redazione e destinata a cambiarmi il pomeriggio, mi è parso che la patente da “totale” neofita che ho stampata orgogliosamente in fronte sia stata decisiva per mettermi nei guai: «Sei tu la persona adatta… Vai al Faberlab e racconta quello che vedi». Io?E allora eccomi qui, mentre mangio il gap di cui sopra posando a intermittenza lo sguardo sull’orologio della macchina per la paura di essere in ritardo, facendomi trasportare – in un viaggio parallelo a quello fisico – da domande che turbano e affascinano insieme. Il carburante è la curiosità, i freni l’ignoranza verso un mondo appena appena intuito leggiucchiando sui giornali o navigando in internet. Mi consola la mia destinazione: Faberlab è l’officina digitale degli artigiani del nostro territorio, gente notoriamente attaccata a una concretezza che va meravigliosamente a discapito di inutili fronzoli. Mi spaventa l’accessibilità degli argomenti: Mi incuriosiscono i potenziali perché di chi troverò al mio fianco: Infine c’è la domanda delle domande: Quattro ore di corso sono il cimento che mi separa da queste e altre risposte e – come un don Abbondio che affretta il passo per andare incontro ai Bravi – mi spiccio a incontrare il mio destino di giornata. Varcata la porta del laboratorio di Confartigianato faccio subito la conoscenza con Lorenzo Migliarini, esperto imprenditore del ramo (ha un negozio a Varese – Coming Tools – espressamente dedicato a prodotti e servizi di stampa 3D) che sarà il maestro dalle cui labbra penderò per capire qualcosa. Vicino a lui ci sono i miei compagni, otto persone arrivate con le intenzioni più disparate. C’è un signore che per trent’anni ha fatto modellini a mano e che ora vorrebbe capire come crearli con una stampante.

Ci sono due giovani giornalisti che scrivono su una rivista specializzata in computer, pronti a carpire qualche segreto in più di un argomento che trattano ormai quotidianamente. Ci sono imprenditori e c’è chi, semplicemente, è animato dalla volontà di aggiornarsi sulle nuove tecnologie, con l’intento di non farsi sorpassare da un mondo che corre veloce, molto veloce. Infine c’è lei, signora dal fascino austero. Quadrata, bianca, con un’evidente scollatura che permette di vedere la sua anima di fili, componenti metallici e piani semoventi: si chiama Sharebot e sarà la macchina che darà plasticità a oggetti che nascono da un semplice disegno. Per un neofita del mio calibro il corso viaggia su un costante dualismo tra una teoria legnosa e troppo specifica, almeno per chi appassionato non è, e una pratica che la risolve in maniera stupefacente, dando forma e ragione a concetti che poco prima apparivano fine a se stessi e sprovvisti di appeal. Sotto la guida di Lorenzo si impara a conoscere

e ad usare, passando per il non scontato apprendimento del funzionamento dei software, ma anche a spingere sempre più avanti i confini delle possibili applicazioni, dando profondità a una rivoluzione che sta cambiando i concetti di produzione e personalizzazione.Alle prese con termini come “sinterizzazione”, “stereolitografia”, “digital life processing”, “polimerizzazione” – alcune delle tecnologie che stanno alla base della stampa 3D – si inizia male, malissimo. L’insegnante è attento a spiegare con calma e senza fretta, ma nella mente dell’alunno a digiuno di basi mancano gli indispensabili collegamenti con la realtà. È solo un attimo, per fortuna.In breve scopri le differenze di materiali, di procedure, di uso. Se a sinterizzazione associ la produzione delle turbine di un aereo tutto cambia, e così succede quando metti in relazione la “Dlp” con oggetti molto piccoli, come i denti provvisori usati da un dentista nella bocca di un paziente. «Un giorno, se vi si romperà la stanghetta degli occhiali, ve la produrrete da soli a casa».

Andiamo sulla fusione di filamento, facciamo la conoscenza con gli “estrusori” che depositeranno sul piano della stampante la materia grezza che prenderà la forma desiderata – nello specifico una piccola mascotte – poi con i programmi che servono a dare le istruzioni a questa sorta di Creatore del terzo millennio che plasmerà la sostanza. Il neofita non diventa esperto e nemmeno si avvicina all’obbiettivo, ma il punto decisivo è un altro. È sentire il futuro scorrere nelle vene, è immaginare gli artigiani di ieri diventare i “makers” di domani, senza prescindere dalla stigmate che da sempre li contraddistingue: il saper fare. Basta un corso per bussare al domani, anche per un semplice giornalista. Il resto è tutto un gioco di fantasia che diventa realtà.