– «Quello di Lidia Macchi è uno dei cold case sui quali volevamo tornare quando sei anni fa costituimmo a Varese un pool ad hoc. Tornare, non riaprire, perchè vorrei sottolineare che quel fascicolo non è mai stato chiuso da noi». Del pool «avrebbe sicuramente fatto parte anche , il magistrato che indagò sin dalle prime ore su quel delitto efferato»., che dal 2014 è procuratore generale a Campobasso dopo aver trascorso sette anni come procuratore della Repubblica a Varese, difende in toto l’operato del suo ufficio varesino. «I vetrini distrutti? L’ufficio gip procedette senza chiedere il parere della procura.
Avremmo detto no, naturalmente – spiega – anche perchè il fascicolo era aperto e contro ignoti». Della svolta attuale Grigo dice: «Non posso che essere felice e complimentarmi con i colleghi. Quando il delitto si consumò io ero a Milano, ci preparavamo alla stagione di Mani Pulite, di cui fui il gip – racconta – ma la mia lunga permanenza a Varese mi ha permesso di valutarne l’importanza. Quell’omicidio scosse la città, e la famiglia Macchi ha sempre dimostrato una dignità impareggiabile. Meritano di avere una svolta definitiva e io mi auguro, per amor di giustizia, che questa lo sia».
Grigo parla dell’inchiesta che fu. «Non la trattai io direttamente – spiega – ma ovviamente, in qualità di coordinatore dell’ufficio di Varese, ne sono stato messo al corrente. Posso asserire che ogni elemento contenuto nel fascicolo è stato vagliato con estrema attenzione». Come la lettera “In morte di un amica”? «Da subito, così mi disse chi ha lavorato a quel caso, ci fu il sospetto concreto che quella lettera fosse stata scritta o dall’assassino o quanto meno da qualcuno che sapeva qualcosa di molto preciso sull’accaduto» dice Grigo. Anche 29 anni fa, insomma, quella lettera fu sottoposta a perizia. Anche 29 anni fa il perito ipotizzò che a scriverla fosse stato qualcuno con profonde conoscenze religiose e animato da profondo coinvolgimento di fede. Per questo si andò a scavare sulla figura di un sacerdote molto amico di Lidia «che aveva cercato di inventarsi un alibi – spiega Grigo – Un sacerdote che dal nostro ufficio non fu mai formalmente indagato».
Cosa è mancato, allora? «Beh l’elemento nuovo è la testimonianza di chi ha riconosciuto quella grafia 29 anni dopo, facendo un nome, e dando anche un secondo scritto per la comparazione – dice il procuratore generale – Ecco ciò che mancò 29 anni fa e mancò a noi quando costituimmo il pool. Non avevamo una testimone così. Non avevamo elementi sui quali eseguire dei confronti. È questo l’elemento fondamentale venuto a mancare in 29 anni e che adesso c’è, per fortuna». Grigo aggiunge che la pista «Piccolomo era una pista debole, ma la collega bene ha fatto a verificarla con perseveranza, arrivando di fatto da quel punto di partenza a qualcosa di molto concreto».
Non sono mancate da più parti le critiche sulle modalità di indagine a Varese sul caso Macchi. «Ribadisco che l’ufficio fece tutto ciò che doveva essere fatto valutando ogni elemento di indagine con estrema attenzione – ribadisce il procuratore – Le critiche oggi, che c’è un nome fatto da un testimone, mi sembrano piuttosto semplicistiche». Grigo aggiunge: «Questo non significa che non sia soddisfatto dei risultati ottenuti dai colleghi. L’inchiesta è aperta ma da quel che leggo è stato fatto un lavoro eccellente». Ma ci furono mai sospetti particolari? «Negli anni Ottanta non ero qui – conclude Grigo – ma l’idea che mi sono sempre fatto leggendo le carte è che l’omicidio sia stato consumato da qualcuno che Lidia conosceva e di cui si fidava».













