La Procura non perde altro tempo. Chiesto il rinvio a giudizio per Binda

Delitto Macchi. Il sostituto procuratore Manfredda ha depositato gli atti. La difesa: «Nessuna notifica»

Chiesto il rinvio a giudizio per : il sostituto procuratore generale di Milano ha depositato gli atti l’altro ieri. «Non abbiamo ricevuto alcuna notifica – commenta , legale di Binda – e ad oggi non abbiamo ancora avuto completo accesso a tutti gli atti. E questo è lesivo del diritto alla difesa, a mio parere». Stefano Binda, 49 anni, di Brebbia, è stato arrestato lo scorso 15 gennaio con l’accusa di aver ucciso il 5 gennaio 1987.

Il cadavere di Lidia, studentessa di giurisprudenza varesina di 20 anni, era stato trovato il 7 gennaio dello stesso anno trafitto da 29 coltellate a Cittiglio, in località Sass Pinì. Le indagini avevano ripreso impulso tre anni fa con l’avocazione del fascicolo da parte della procura generale di Milano. A Binda gli inquirenti sono arrivati attraverso la segnalazione di una supertestimone, Patrizia Bianchi, amica sia di Lidia che dell’indagato, che ha riconosciuto come appartenente a Binda la grafia con cui era stata scritta la lettera anonima in morte di un’amica, recapitata a casa Macchi il 10 gennaio 1987, giorno delle esequie della ragazza. Una perizia ha confermato questa affermazione. Riesame e Cassazione hanno rigettato tutte le richieste di scarcerazione. Il 3 novembre scorso il sostituto pg ha depositato l’avviso di conclusione delle indagini e venerdì ha chiesto il rinvio a giudizio.

La data dell’udienza preliminare, che sarà celebrata a Varese, non è ancora stata fissata. «C’è stata molta fretta nel chiudere l’inchiesta – commenta Martelli – mi auguro motivata dal fatto che il mio assistito sia stato così a lungo detenuto in carcere. Tuttavia non ho avuto accesso a tutti gli atti. Addirittura la mancata comunicazione di un pin, nonostante io

abbia fatto esplicita richiesta, mi preclude l’accesso a buona parte delle intercettazioni. Ho chiesto i termini a difesa, come è logico, ma la mia richiesta è stata rigettata. Non credo che questo sia un sistema giudiziario degno di un Paese europeo. Tra l’altro l’impossibilità del difensore di poter visionare tutti gli atti, potrebbe rivelarsi pregiudizievole in sede di processo».

Perplesso dall’accelerazione dell’iter, parla infatti di “ottava marcia», anche , legale della famiglia Macchi. «Sembra si voglia celebrare il processo al più presto possibile, senza più voler tener conto degli importanti esami scientifici ancora in corso, come quelli sulla salma di Lidia. Come famiglia li riteniamo, invece, accertamenti assolutamente indispensabili che devono essere compiuti nel rispetto delle tempistiche che essi, per la loro complessità, inevitabilmente richiedono», dice Pizzi. «Per questo motivo insisteremo in ogni forma e in ogni modo possibile affinché gli esami in corso nei laboratori del Ris vengano portati avanti come la scienza richiede, senza che venga adottata alcuna scorciatoia o via di mezzo. Abbiamo, infatti, già dato mandato al nostro genetista di controllare l’andamento delle operazioni peritali, in modo che non subiscano gli effetti di questa brusca accelerazione”. E conclude: «Detto questo, non posso comunque che prepararmi ad affrontare il processo contro Binda, nel quale – posta l’innegabile gravità del quadro indiziario a suo carico – i famigliari di Lidia si costituiranno certamente parte civile».