La Provincia di Varese pubblica il ciclo di interviste “Candidati allo specchio” a Busto Arsizio. Cominciamo con il candidato del centrosinistra Carlo Stelluti.
BUSTO ARSIZIO Tante strade, esperienze e vite si intrecciano, quando Carlo Stelluti si presenta. Il candidato sindaco del centrosinistra, 66 anni, ha cominciato a lavorare prestissimo. Senza mai mollare gli studi, diventando perito con 6 anni di studi serali e laureandosi in Sociologia quand’era padre. Poi il lavoro in azienda, alternato alle esperienze sindacali (nella Cisl) e politiche (deputato e sindaco di Bollate). Ma in fondo la sua storia inizia prima.
LE RADICI
«Sì, ho iniziato a lavorare a 14 anni – osserva Stelluti – lavori saltuari, poi sono stato assunto alla Vizzola spa. Studiavo di sera, dopo la giornata lavorativa, il sabato pomeriggio e la domenica mattina». Sacrifici che oggi si stentano a capire? «C’era anche una grande volontà di riscatto, me la sono sempre sentita sulla pelle – osserva – e quando mi sono diplomato, sono stato inserito in un reparto dove si cominciavano ad automizzare le centrali. Passaggio di forte innovazione tecnologica». La passione politica è in embrione, anzi prima. La storia del padre di Stelluti è di quelle che un libro non è sufficiente a racchiudere: ultimo di 14 figli, e subito senza mamma, viene adottato da una donna di Busto. Vincenzo si sente un socialista garibaldino. Mamma Ines è una Comerio. Entrambi sono vedovi e si sposeranno. Il fascismo toglie i negozi a Vincenzo, lo spedisce “volontario” in Spagna. Quando torna a Busto, deve cominciare da capo e fa il garzone: portando in giro il latte, a 55 anni, conosce Ines e la sposa. Lei è un’operaia tessile («ha fatto la quinta festiva, diceva sempre»). Il 2 giugno, Vincenzo è fuori ad ascoltare la banda davanti alla lapide di Garibaldi, torna a casa e Carlo è già nato.
IL SINDACATO
Prima della politica, il bustocco scopre la Cisl. Allora non esistono i permessi sindacali, l’impegno è totalizzante. Anche la Pastorale del lavoro e le Acli a Milano lo chiamano, finché nel ’96 gli chiedono di candidarsi alla Camera per il centrosinistra. Viene eletto nel collegio di Bollate perché conosce bene, come sindacalista, quella zona, quel clima, e si tuffa nella Commissione lavoro: è anche relatore della legge sull’inserimento dei disabili nelle aziende. «Allora – ricorda – mi sono fatto 45 mila chilometri all’anno per 5 anni, con la mia auto».
ON THE ROAD
Viene ricandidato: «Ma era un plotone d’esecuzione – sorride – e mi viene chiesto di candidarmi a sindaco a Bollate». Non è Comune facile, si viene dal commissariamento. E altre ferite emergeranno poi nell’inchiesta sulla ‘ndrangheta della Boccassini.
Finché, nato e cresciuto a Busto, gli viene chiesto di sfidare il centrodestra nella sua città: «Ho pensato, ho fatto tante cose fuori, ora vorrei fare qualcosa per la Busto. Sono consapevole delle difficoltà. Ma sto registrando un entusiasmo crescente nella coalizione. Busto si è chiusa su se stessa, è il quadro lasciato da questa amministrazione e da 17 anni di questa gestione». Un suo motto? «Meglio essere un Don Chisciotte che un don Abbondio». Ieri sera era con gli ecologisti, domani con i giovani. Un’altra volta “on the road”, ma in casa.
Sposato, due figli, è consapevole della durezza di questa battaglia, ma afferma che «l’obiettivo è il ballottaggio, i giochi sono aperti». Punta anche sugli scontenti della Lega? «I problemi loro sono affar loro. Però il disagio è fortissimo. In questi anni Lega e Pdl hanno gestito l’amministrazione, dividendo le diverse aree… E’ il modo peggiore, perché l’amministrazione dovrebbe essere sintesi. Alla fine è emerso il punto di debolezza».
Sugli altri candidati che dice, virtù e difetti? «Farioli parte avvantaggiato, perché sindaco uscente. Di positivo c’è la capacità di contatto con le persone. Io sono un po’ più figlio della mia città, più ruvido. Ma se avessi vissuto ciò che è toccato a lui, avrei rinunciato. Non è una bella premessa».
Aperto al dialogo con tutti – «Ciò che conta è la condivisione dei programmi» – aggiunge su Rossi: «E’ stato sindaco e ha vissuto vicissitudini con dignità. Anche adesso, ha avuto coraggio a mettersi in gioco. Forse ha una visione politica più da Prima Repubblica».
Ieri sera era impegnato a discutere sull’inceneritore, ma è preoccupato anche dal futuro delle aree dismesse: «E da quei 4 mila appartamenti vuoti, mentre ancora non c’è un Pgt, un piano dei servizi. Contano solo le esigenze dei costruttori, non dei cittadini?».
Marilena Lualdi
m.lualdi
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