VARESE Sono stati più di 400 i ragazzi che questa mattina sono rimasti nel cortile di via Morselli. Gli studenti del liceo Manzoni sono, infatti, sul piede di guerra perché, per adeguarsi alle ore da 60 minuti imposte dalla riforma Gelmini, sono costretti a entrare a scuola ogni giorno alle 7.55 senza uscire prima delle 13.55.
Un orario non compatibile con quelli dei mezzi pubblici che la stragrande maggioranza di loro, pendolari, deve prendere per tornare a casa. I più fortunati arrivano dopo le 15, ma ce ne sono altri che non tornano prima delle 19 a causa delle mancate coincidenze tra i mezzi. Una situazione che non ha trovato, dicono i ragazzi, una giusta predisposizione al dialogo da parte dei professori. Da qui l’aut aut: quello di questa mattina è stato solo il primo giorno di agitazione, potrebbero seguirne altri.
Il problema è tutt’altro che di facile soluzione: per tutta la mattinata, il preside Giovanni Ballarini ha fatto la spola tra l’aula magna, dove i rappresentanti degli studenti si sono riuniti per presentargli le loro proposte, e il telefono dell’ufficio, da cui ha chiamato il responsabile dell’ufficio scolastico provinciale, Claudio Merletti. Ma un accordo non è stato ancora
trovato, e i ragazzi non si vogliono arrendere. «I problemi causati da questo cambio di orario sono molti – dicono Jessica Spiniello e Giulia Bugnoni, due alunne al quinto anno – non solo siamo spesso costretti a studiare tra un pullman e l’altro, ma anche a pranzare fuori casa ogni giorno. Un costo in più per le famiglie».
Per non parlare di chi, come Federico Ciccarinie altri compagni più giovani, quest’anno ha dovuto rinunciare a fare sport perché «o si studia o si va in palestra. Impossibile fare entrambe le cose».Anche Simone De Porcellinis, al quinto anno del linguistico, lamenta la difficoltà di organizzare il pomeriggio di studio: «Il carico di lavoro che abbiamo ogni giorno è tanto – spiega – dobbiamo passare almeno tre ore al giorno sui libri, se vogliamo riuscire a ottenere buoni voti. Ma non possiamo neppure portare ogni giorno avanti e indietro la doppia quantità di libri per studiare nelle pause: pesano».
Le rimostranze dei ragazzi sono molte, ma soprattutto si lamentano del fatto che i prof che hanno cercato di andare incontro alle loro esigenze sono stati pochissimi. «Abbiamo provato a dialogare, prima di arrivare a questo – spiega Simone Oberti, rappresentante di istituto – e anche il nostro sciopero era partito come un’azione dimostrativa per attirare
Almeno questo risultato lo hanno ottenuto: il preside Ballarini ha promesso ai ragazzi che parlerà con le aziende dei trasporti locali, cercando di mediare a nome loro. Ma prima di rientrare in classe, i ragazzi vogliono vedere i risultati.
Chiara Frangi
e.besoli
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