Da Varese a New York 42195 metri di passione

Da Varese a New York 42195 metri di passione

NEW YORK Ogni singolo muscolo del corpo fa male. Si fa fatica a camminare, ogni movimento è una stilettata: c’è la voglia di sfruttare le ultime ore per godersi ancora un po’ della Grande Mela ma il fisico dice no. Ho già dato. Postumi della fatica immane di qualche ora fa, segni tangibili che non è stato tutto un sogno:

abbiamo corso la Maratona di New York, chiusa naturale di un’avventura iniziata quasi un anno fa e terminata con l’apoteosi di Central Park. I quattro pazzi – perché per decidere di correre 42195 metri ci vuole una buona dose di follia – siamo noi: Samuele Giardina e Francesco Caielli della Provincia, il fotografo Simone Raso, l’uomo del Giorno Andrea Manetta.

Partiti e arrivati, ognuno con il suo passo, ognuno con il suo tempo, ognuno con la sua battaglia personale contro dolori, crampi, crisi e gambe svuotate. Il migliore del gruppo, ma ci avremmo scommesso, è stato Manetta: 3 ore 53 minuti e 37 secondi «Con gli ultimi 5 chilometri fatti camminando – ha detto – perché davvero non ne avevo più».
Giardina e Raso hanno corso e sofferto insieme dal primo all’ultimo metro, uno di fianco all’altro fino al traguardo finale: hanno chiuso in 4 ore 39 minuti e 22 secondi. «Quando ci siamo resi conto – ha detto il nostro Sam – che l’obiettivo delle 4 e 30 era impossibile, abbiamo puntato alle 4 e 40: gli ultimi 2 chilometri sono stati uno sprint spaccagambe». Raso, sulla sua maglia, aveva scritto la frase “never again”: mai più. «Mai più – conferma – ho vinto la mia scommessa fatta nel 2003, quando con il femore spaccato e sei viti di ferro nella gamba, con un medico che mi diceva che non avrei mai più potuto correre, giurai che avrei fatto la Maratona di New York. Ora, mi dedicherò a distanze più brevi».

Ultimo del gruppo, Francesco Caielli: la cui prova è stata condizionata da un infortunio al piede destro occorsogli quindici giorni prima di partire. «Per me – ha detto – contava chiudere. Senza l’aiuto di Marco Arcelli e del dottor Mauro Modesti non sarei riuscito a superare il decimo chilometro, ma dalla mezza maratona in poi ho corso con un coltello infilato nella gamba».Restano,

e resteranno per sempre, le emozioni della giornata più bella: ali di folla dal primo all’ultimo chilometro a incitare e gridare, che sembrava di trovarsi in una tappa alpina del Tour de France. Ecco cosa significa correre a New York: in Italia gli automobilisti ti insultano perché occupi la loro città, qui sono capaci di farti sentire un eroe. Anche questa, è civiltà.

Francesco Caielli
Samuele Giardina

j.bianchi

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