Il grande magazzino del fashion è aperto Stilisti e imprese: la vicinanza è business

Paul&Shark, Yamamay e Missoni sul palco di Ville Ponti con le scuole di moda: una lezione di stile. Dagli aerei di guerra allo squalo: «Nel mondo con il meglio». Manzi: «Formazione fondamentale»

Varese culla di eccellenze della moda: a “” . «Solo da noi stilisti e fabbriche così vicini – sottolinea Rosita Missoni – È quasi miracoloso poter vedere realizzate le proprie creazioni nel giro di 24 ore». Una vera , quella che la ha potuto mettere in mostra ieri alle nel corso della giornata “Magazzini Aperti on tour” organizzata da . Seconda tappa, dopo quella di Brescia, di un viaggio caratterizzato dall’incontro tra le scuole di moda lombarde e

il mondo della produzione del settore tessile-moda-abbigliamento. «Mi sono resa disponibile perché quando si parla di moda e di giovani sono sempre favorevole – spiega Rosita Jelmini Missoni, vedova del grande Ottavio, vera “star” della giornata – Le scuole di moda sono molto importanti. Il talento è quello che serve per sfondare, ma siccome non tutti possono diventare stilisti, ci sono tanti altri ambiti nel settore della moda in cui si può trovare uno sbocco lavorativo».

Ma la ha una carta in più: «La fabbrica è quello che ci differenzia – fa notare la signora – Di stilisti con dietro una fabbrica ce ne sono pochi. Noi vediamo tutto il percorso della creazione di moda, a partire dal filo passando per l’intera filiera produttiva, fino ad arrivare al capo finito. È un’esperienza artigianale che è un grande patrimonio da preservare». Anche una passione: «Noi siamo affascinati dalla maglia – sottolinea – il fatto che una creazione disegnata la si possa vedere realizzata nel giro di 24 ore è quasi miracoloso. Ecco perché ho sempre chiesto che degli scarti di lavorazione non si buttasse via niente: anche da un errore può venire un’idea». È la . Una peculiarità che nel Varesotto va difesa. Ma sul palco del workshop che ha aperto la giornata si sono succedute altre due eccellenze della moda “made in Varese”: e . dirigente della Dama Spa, l’azienda che detiene il marchio dello “squalo”, ha raccontato una “case history” affascinante: «Da un’aziendina creata nel 1921 siamo arrivati a tremila punti vendita in tutto il mondo». Dagli albori della famiglia Daccò, che producevano maglie con telai tedeschi, passando per la seconda Guerra Mondiale a produrre teloni per le ali degli aerei da guerra, la storia di Dama cambia nel 1956, quando subentra la famiglia Dini. «Si affida molto alle professionalità interne dell’azienda e si mette a fare maglioni di lusso – racconta Paolo Zanetta – Nel 1974,, nasce il marchio Paul&Sha

, perché il titolare si chiamava Paolo Dini e lo Squalo impazzava al cinema. L’intuizione geniale fu quella di legarlo al mondo del mare. Da lì il maglione blu idrorepellente, venduto in un tubo».

Oggi Paul&Shark ha quasi tremila punti vendita nel mondo: «Ne avevamo due in Siria, adesso è meglio non andarli a visitare – racconta il dirigente di Dama – : apriamo persino , mentre ci manca solo il . Gli sono un nostro cruccio, ma forse tiriamo meno perché abbiamo un nome inglese o forse perché il nostro competitor è . L’Italia in questo momento fa fatica, e in via Montenapoleone si vende per il 70% a turisti stranieri». Ma lo “squalo” continua a correre: «Stiamo potenziando la rete commerciale, perché pensiamo di essere molto bravi sul prodotto, dove usiamo le materie prime migliori – rivela Zanetta – ma tutti gli anni bisogna inventarsi qualcosa, non basta più vendere un maglione». Lo sa bene Roberto Manzi, head of , la holding di Yamamay. «Per la velocità con cui abbiamo aperto così tanti negozi in pochi anni, la nostra storia è diventata una case history – rivela il manager – e la formazione è l’altro aspetto che ci caratterizza. La nostra Academy è una struttura di formazione internalizzata, focalizzata sulla shopping experience, con moduli in cui è chi lo crea a raccontare il prodotto. Serve per consolidare, curare e arricchire il capitale umano». La presenza dei giovani è fondamentale: «Abbiamo dei “creative lab” con scuole e università – racconta Manzi – alcune nostre collezioni sono state disegnate da ragazzi delle accademie di moda in stage». Poi non diciamo che questo settore non ha futuro.