Il nostro sindaco è Francesco Caielli

Il futuro primo cittadino di Varese? Questa è la nostra provocazione

Una provocazione, uno scherzo, una puntura di spillo, un gioco: e allora, giochiamo. La Varese del domani, la Varese capace di rendere orgogliosi di lei i suoi abitanti, la Varese che sogna e fa sognare.

Noi amiamo la nostra città anche se non ci piace, la amiamo anche se ci piacerebbe fosse diversa, la amiamo anche se la Varese di oggi è la città delle contraddizioni. Perché la nostra è la città che ti sa incantare con quello scorcio del centro, giusto tra il Corso e il Bernascone, e subito dopo ti sputa in faccia piazza Repubblica con i suoi bivacchi, la sua puzza, la sua paura. Perché la nostra è la città a cui piace farsi chiamare Basket City sfoggiando un passato di trionfi ormai sbiaditi, e poi non sa offrire mezza palestra decente o un campetto dove far giocare i suoi figli. Ma veniamo al concreto. Cosa farò una volta seduto sulla poltrona di sindaco? Semplice: delle telefonate. Telefonate a quegli uomini che tutta Italia ci invidierebbe se solo non li avessimo tenuti nascosti.

Chiamerò Roberto Bof e gli darò carta bianca per fare di Varese il posto migliore dove un disabile possa vivere: strutture e idee, barriere architettoniche al contrario. Una città nella quale un disabile guarda un normodotato e gli dice: «Hai bisogno di una mano?». Chiamerò Edo Bulgheroni e gli dirò di trovare il modo per non far scappare più nessun giovane, per non tarpare più nessun sogno, per non uccidere più nessuna idea. Lui che ha regalato a questa città il sogno più bello (sì, perché lo scudetto del basket, insieme alla serie B del calcio, è la cosa più bella successa a questa città negli ultimi vent’anni) sa come si fa: sa che tutto si può fare a patto di non ascoltare quelli che ti danno del matto. Chiamerò Mario Chiodetti, che da qualche tempo su questo giornale racconta storie bellissime e struggenti di quando Varese era più bella di com’è adesso e gli chiederò di trovare il modo

di riportarci nel passato. Senza salire su una macchina del tempo, ma riscoprendo luoghi fatti d’arte e di storia: riaccendendo un interruttore che qualcuno ha colpevolmente spento. Chiamerò Francesco Vescovi e Marco Caccianiga e chiederò loro di fare di Varese la città dello sport, ma quello vero: quello che prende bambini normali e li fa diventare uomini migliori. Chiamerò Attilio Fontana e gli dirò grazie, perché anche se non ho mai votato per lui credo che il mio predecessore sia stato un grande Sindaco, capace di restare in piedi nonostante mille cazzotti presi in faccia. Chiamerò Marantelli, Giorgetti, Alfieri e (quasi) tutti gli altri per chiedere di mettersi insieme e lavorare per una città che è loro, è nostra, è tua, è di tutti.Perché i sogni non hanno bisogno di divisioni politiche, perché le tavole rotonde e le riunioni di partito ci hanno stancato e ormai abbiamo capito che non portano da nessuna parte. Perché Varese vale più di un’ideologia.

Darò il mio numero di telefono a tutti quelli che me lo chiederanno, e proverò a rispondere a tutti: perché tra un insulto e una protesta, tra una pernacchia e un “vaffa” prima o poi arriverà la telefonata di qualcuno capace di dire la cosa giusta, di accendere la scintilla con un’idea o una proposta. Regalerò piazza Repubblica ai ragazzi delle scuole superiori dicendo che ne facciano quel che vogliono perché mi fido di loro. Chiederò ai bambini di dirmi, a modo loro, quello che vogliono: poi chiederò ai nonni di aiutarmi a fare quello che i bambini mi hanno chiesto. Lo spazio è finito, e forse è finito anche il nostro gioco. Sai, Confa? Mi fanno male le dita per quanto ho battuto forte sulla tastiera scrivendo questo pezzo. È stato un gioco: ma immaginare la nostra Varese più bella, anche solo per mezz’ora, è stato bellissimo. Grazie.