– «Ci sono sempre molti eritrei, tra i giovani che attraversano il Mediterraneo a bordo dei barconi. Chi ripete come un mantra “aiutiamoli là”, non sa che “là”, la vita, non è degna di tale nome. Non si tratta di accontentarsi di un’esistenza parca. Si tratta di esistere sul filo di una “non vita”, dove i desideri di una quotidiana normalità, perfino la più
modesta, non possono essere minimamente soddisfatti»È la cruda, toccante testimonianza di , varesina che da tre anni insegna come maestra elementare alla scuola italiana di Addis Abeba. Anna gli eritrei li vede fuggire e, conoscendoli, ha capito come mai lasciano il loro Paese. Con lei lavora un ragazzo che ha studiato italiano ad Asmara e che è fuggito lo scorso anno dall’Eritrea per arrivare in Etiopia.

l sorriso dei bimbi non lo spengono nemmeno le avversità
Questo ragazzo, che chiameremo Eric, le ha raccontato: «In Eritrea non hai la possibilità di fare niente: termini gli studi e inizi un servizio militare infinito. I militari sono pagati il corrispondente di 10/15 euro al mese; che futuro puoi costruire con una paga del genere, che non ti consente nemmeno di mangiare?». Così Eric un giorno decide di partire, e per farlo non lo dice a nessuno, nemmeno a sua madre: una soffiata potrebbe
costargli la vita o la libertà. Eric cammina per due settimane a piedi, di notte per non farsi vedere, dormendo di giorno nei pressi di qualche villaggio; senza dare nell’occhio, perché le spie e i soldati potrebbero essere sempre in agguato. Una guida, dietro pagamento, lo conduce fino ad un certo punto del percorso, gli indica la strada per la montagna e poi lo abbandona, deve andare da solo, e se sbaglia sono fatti suoi.

Un tipico mezzo di trasporto etiope
Riesce ad arrivare al confine, dove i soldati etiopi lo fanno passare. «Altre 17 ore di cammino e qui comincia la sua nuova vita, ancora molto dura, quattro mesi nel campo profughi di Hinzaz, in attesa di una carta che attesti il suo status di rifugiato politico – continua Anna – Molti dei suoi amici sono annegati nel Mediterraneo, nel tragico naufragio dell’autunno 2013: ragazzi che erano riusciti a passare per le maglie sempre più strette di filtri chiamati iene, soldati federali, spie, trafficanti di organi e torturatori del Sinai. Quelli che se finisci nelle loro mani, la tortura avviene in atroce diretta telefonica con la tua famiglia, allo scopo di estorcerle del denaro».
«Vorrei concludere con una riflessione su quello che ho visto in questi anni in questa terra – conclude la maestra – Ho visto persone ritornare dal loro Paese di immigrazione. Le ho viste tornare, con i risparmi che si erano messe da parte, e aprire delle attività, con entusiasmo e speranza. La maggior parte della gente non ama dover abbandonare la propria terra, e nel momento in cui sa che ci sono le condizioni per tornarvi, ritorna».













