Le sue parole mi fecero diventare un giornalista

Il saluto di Francesco Caielli a Oliviero Bellinzani

L’Oliviero era uno senza mezzi termini: entrava e usciva dalle vite di chi lo incrociava senza chiedere permesso, e non lo faceva mai in silenzio. Io lo conobbi nell’inverno del 2004, in una lunga chiacchierata nella sua casa di Orino mentre fuori nevicava che dio la mandava: si parlava sottovoce, entrambi innamorati della montagna, perché ci piaceva sentire il silenzio della neve che scendeva. La storia di quell’uomo senza una gamba che scalava per amore non poteva non affascinare, non potevano non affascinare i racconti delle sue imprese: quelle fatte e quelle sognate. Colpiva, dell’Oliviero, lo sguardo: fermo e deciso, da montagnino, specchio di un carattere a tratti spigoloso ma forte a sufficienza per permettergli di conquistare cime e di toccare le nuvole.Da quella chiacchierata venne fuori un’intervista per il settimanale Luce, e a quell’intervista poi capitò di vincere il Premio Giornalistico Mauro Gavinelli del 2005. La spinta decisiva, per un giovane giornalista che stava pensando se fosse il caso di continuare a sognare di fare il mestiere più bello del mondo, o se invece era arrivato il momento di mettere la testa a posto. Probabilmente senza quella chiacchierata, senza quell’intervista, senza quella storia raccontata ora starei facendo un altro lavoro: e, Oliviero, tra qualche anno ti dirò se devo ringraziarti o mandarti al diavoloDopo quell’intervista io e Oliviero restammo in contatto, riuscimmo a fare anche qualche uscita insieme in montagna, confrontandoci su quanto fosse bello

il mondo sopra i 2000 metri e su come lui non avrebbe mai potuto rinunciarvi. Ed era un piacere guardare come gli piaceva: camminare, sbuffare sui suoi sentieri, provare a spingere i limiti un po’ più in là per dimostrare e dimostrarsi che quell’incidente, quella gamba in meno non avevano cambiato nulla. Non avevano soffocato la sua voglia di sognare. L’Oliviero è morto mentre faceva la cosa che amava fare di più, e questa è l’unica consolazione che resta a tutti quelli che gli volevano bene, a tutti quelli che l’hanno conosciuto, a tutti quelli con cui l’Oliviero ha discusso (perché aveva un carattere tutto suo). L’Oliviero è rimasto in montagna, su tutte le cime che ha conquistato e su tutte quelle che avrebbe voluto conquistare. L’Oliviero è rimasto dove gli sarebbe piaciuto rimanere, un giorno. È rimasto nei sogni che ha sempre trasmesso a tutti quelli che hanno avuto a che fare con lui, è rimasto nell’insegnamento che ha dato a tutti quelli che si sono presi la briga di ascoltare la sua storia. Io lo saluto guardando il tramonto sul Monte Rosa, perché non c’è nulla di più bello. E con le parole della canzone che noi gente di montagna dedichiamo ai fratelli che se ne vanno. «Dio del cielo, Signore delle cime, un nostro amico hai chiesto alla montagna. Ma ti preghiamo: su nel Paradiso lascialo andare per le tue montagne». Ciao, Oliviero.