VARESE (m.tav.) Essere leghisti, nel ’91, a Varese, significava prendesi anche gli sputi in faccia. «Nel ’90 entrammo in consiglio in nove – racconta Fabio Binelli, storico segretario di sezione e assessore a Varese – ed eravamo nove militanti a tenere aperta la sezione. Significa che per riempire la lista da presentare alle comunali, trentuno nomi in tutto, ricorremmo ad esponenti leghisti di altre città. Del resto, all’epoca anche chi simpatizzava per noi aveva paura ad avvicinarsi ai nostri banchetti. Se andava bene, chi si avvicinava ci insultava dandoci dei razzisti e degli ignoranti. Se andava male, ci sputavano addosso».Un nucleo di pionieri. Tra i quali un giovane Roberto Maroni. I nove esponenti di Palazzo Estense erano infatti Maroni, Binelli, Giuseppe Leoni, Alberto Aimetti ed Angelo Daverio, per citare chi nella Lega è rimasto. Gli altri si sono allontanati o dalla Lega, o dalla politica: Gianni Motta, Adriano Mion, Marco Cremonesi e Lodovico Malnati. «A quei tempi predominava la passione – sottolinea Binelli – Tutti erano nel partito senza secondi fini, oggi ci sono anche gli opportunisti». In
ogni caso, le scelte di Bossi sono state giuste. «L’unione federale era fondamentale. Passare dalla secessione al federalismo era necessario, perché eravamo in un vicolo cieco. Oggi siamo l’unico partito che fa proposte, mentre gli altri sono gli ex fautori dell’amore libero, diventati moralisti, e gli ex difensori della famiglia, diventati donnaioli».Binelli, insieme all’ex direttore di Telepadania Max Ferrari, riapprodato alla Lega dopo un periodo di polemica, aveva fondato il primo gruppo giovani del partito, nel ’90. Un mese prima che a Milano lo fondasse Matteo Salvini, quando ancora i Giovani Padani non esistevano. «Da allora la Lega è diventato un partito di governo – racconta Ferrari – questo ha comportato l’uscita di persone che non hanno accettato il cambiamento dalla rivoluzione pura al compromesso. Purtroppo, arrivati a una certa età, ti rendi conto che restano poche strade da percorrere. E uno scontro frontale con lo Stato non porta i frutti desiderati. Anche se la stagione della secessione rimane quella più entusiasmante. Sono stato tra i primi, a Pontida, quando c’era ancora Miglio, a scandire lo slogan secessione».
s.bartolini
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