L’Europa affonda il nostro Made in

Ennesimo rinvio per il regolamento sull’etichetta di origine dei prodotti. La rabbia di Brugnoli (Univa). «Nessun passo avanti, bilancio deludente per il semestre italiano». Ma gli industriali non si fermano

Made in, ennesimo rinvio in Europa. La delusione degli imprenditori varesini: «Persa l’occasione del semestre di presidenza italiana. Ma l’Univa non abbasserà la guardia».Ad affermarlo, all’indomani del rinvio del regolamento sull’etichetta di origine dei prodotti, che avrebbe potuto introdurre l’obbligatorietà del “made in”, è il presidente dell’Unione degli Industriali di Varese Giovanni Brugnoli, che ha discusso dell’argomento nella Giunta dell’associazione

martedì. «Era un risultato atteso da anni – fa notare Brugnoli – invece non solo il “Made in” non è stato approvato dal Consiglio Ue, ma non si è nemmeno registrato nessun importante passo avanti per una sua dotazione nel prossimo futuro. Il semestre di presidenza italiana, su questo punto, si chiude con un bilancio deludente per la nostra manifattura».

Eppure la bocciatura era nell’aria, lo ammette la stessa Univa: «Ma è quasi come se ci si fosse arresi di fronte ad un match che ci vedeva sfavoriti – sottolinea Brugnoli – siamo scesi in campo già sconfitti. Gli stessi osservatori di questioni europee hanno riportato come il dossier sia stato gestito con troppa timidezza e la questione posta al tavolo con atteggiamento fin troppo remissivo».
«Troppo poco aver ottenuto il rinvio ad un Consiglio europeo nel 2015 sotto la prossima presidenza lettone. Con un nuovo round che partirà da uno studio che la Commissione europea nel frattempo dovrà predisporre per calcolare costi e benefici di un’etichetta “Made in” obbligatoria».
Quella sull’etichettatura obbligatoria è una battaglia su cui l’Unione Industriali di Varese è impegnata da anni: «Non abbasseremo mai la guardia e faremo di tutto per mantenere alta la tensione su questo tema, sia all’interno del sistema di rappresentanza che nei confronti delle istituzioni – promette il presidente – l’approvazione del “Made in” è il classico esempio di una concreta politica industriale a sostegno dell’occupazione, attraverso la valorizzazione del tessuto manifatturiero locale, italiano ed europeo. E non parliamo solo del tessile-abbigliamento-moda, perché riguarda trasversalmente tutti i comparti della nostra industria. Nessuna legge che si prefigga di agevolare il lavoro può crearne più di quanto possa fare una certificazione di qualità che testimoni il “fatto da noi”. Il Consiglio Ue ha perso un’occasione. A costo zero, per di più».
Ma Piero Sandroni, presidente del gruppo merceologico tessile-abbigliamento di Univa ma anche dell’associazione per il tessile innovativo New Tex, ammette che «non c’erano grandi speranze. Già due anni fa, quando siamo stati a Bruxelles a visitare tre direzioni generali e la presidenza di commissione con il sindaco di Busto Arsizio Gigi Farioli, era evidente che non c’era alcuna intenzione di dar seguito all’etichettatura obbligatoria».
«Per la lobby del Nord Europa, sì, ma anche per altri fattori, dalla scarsa credibilità dei Paesi proponenti all’incertezza su come predisporre i controlli».
Ecco perché il tessile deve percorrere un’altra strada: «Il “made in” avrebbe fatto certamente bene, ma non basta per rilanciare il nostro settore – sottolinea Piero Sandroni – dobbiamo rimboccarci le maniche senza aspettare che l’Europa risolva i nostri problemi. È la certificazione della qualità la sfida su cui dobbiamo impegnarci, ingegnandoci e comunicandolo meglio ai nostri consumatori».

Un errore compiuto dal settore stesso, secondo l’imprenditore bustocco: «Purtroppo abbiamo abituato i consumatori a dare poco peso alle caratteristiche dei prodotti tessili: nessuno si domanda dopo quanti lavaggi una giacca a vento perderà l’impermeabilità oppure un maglione sarà soggetto a pilling, mentre invece sanno tutto nei minimi dettagli degli smartphone o delle lavatrici».
«Ma l’unico terreno su cui possiamo combattere i cinesi è la qualità reale, al di là dell’immagine, mentre se li sfidiamo sul prezzo e sui volumi è una battaglia persa in partenza».
Così NewTex si sta impegnando sullo sviluppo di una “smart label”, come già sperimentato con il progetto Dress Care che ha coinvolto le scuole della provincia di Varese.