– «Da una parte c’è quello più strettamente legato alle attività aeroportuali e della movimentazione delle merci, il settore dei servizi infrastrutturali e trasporti che tra attività aeroportuali e di logistica conta, stando solo nell’alveo della compagine associativa della nostra Unione Industriali, circa 60 imprese per un totale di quasi ottomila addetti».* Ma andando oltre il perimetro Univa, le imprese varesine di magazzinaggio e trasporto registrano, secondo l’ultimo censimento, più
di ventimila addetti, a cui bisogna poi aggiungere i circa 16mila degli esercizi alberghieri e della ristorazione «comparti che non conterebbe certo questi numeri sul territorio senza Malpensa e soprattutto senza le attività cargo dell’aeroporto, in continua espansione in questi anni». E poi c’è un secondo indotto, «quello più generale, quello manifatturiero nel suo complesso: senza Malpensa è l’esistenza stessa della nostra ricchezza industriale ad essere messa in discussione» sottolinea Brugnoli.
«Malpensa oggi rappresenta ciò che nell’Ottocento, durante la prima rivoluzione industriale, rappresentava la presenza di un fiume. Mentre allora erano le vie d’acqua a dettare la mappa industriale di un Paese, oggi lo sono le vie aree. Senza Malpensa riusciremmo a mantenere ancora i numeri che, nonostante la crisi, fanno di Varese una delle prime dieci province manifatturiere esportatrici d’Italia? Il Varesotto potrebbe ancora mantenere livelli di export pari al 45,5% del valore aggiunto prodotto contro una media nazionale che è la metà: 27,8%? Sono queste le domande che bisognerebbe porsi quando si parla dell’importanza di Malpensa per l’economia locale».
Univa ha più volte difeso Malpensa come infrastruttura nazionale, ma oggi, aggiunge Brugnoli «per un giorno vorremmo limitarci ad un’analisi locale: anche perché se Varese e il suo indotto industriale perdesse dei primati sui mercati internazionali, non è detto che lo farebbe a vantaggio di altri territori nazionali».
Anzi, «la nostra specificità multi-distrettuale ci porta a temere che una perdita di quote di mercato delle imprese varesine andrebbe a beneficio di altri distretti industriali al di là del confine. Pensiamo per esempio all’aerospazio, agli elettrodomestici, ai beni strumentali. Il rischio è di inabissare un’intera economia, di scomparire a vantaggio di competitor stranieri. Rischieremmo di diventare un territorio, a livello industriale, e, di conseguenza, più in generale, di secondo livello. È questo che si vuole?» chiede il leader degli Industriali.
Pensiamo un’altra cosa: facciamo di tutto per attrarre gli investimenti stranieri, ma come pensiamo di portarli poi fisicamente qui? «Un territorio come quello varesino dalla forte concentrazione di aziende a partecipazione straniera come potrebbe senza Malpensa rimanere allettante e difendere le proprie posizioni di strategicità nei confronti di quelle multinazionali in giro per il mondo che hanno scelto le nostre imprese e i nostri indotti per i loro investimenti?».
«Chi manterrebbe qui la testa dei propri headquarter, magari europei, se per organizzare una riunione dovesse fare magari tre scali prima di arrivare qui? È anche questo l’indotto di Malpensa. Che oggi rappresenta per noi ciò che il fiume Olona ha rappresentato per i primi passi industriali di Varese e del Paese: una necessità. Da cui dipende la tenuta di intere filiere produttive».













