Piano Juncker, il giudizio resta sospeso «Aiuti a chi soffre, non a chi ha credito»

Cinque miliardi dall’Europa per agevolare i finanziamenti alle piccole-medie imprese. Leader di categoria unanimi: «Segnale di fiducia solo se i destinatari sono quelli giusti»

– Dal piano Juncker più credito per le piccole e medie imprese? Sul territorio più perplessità che entusiasmo per i fondi, cinque miliardi, che l’Europa metterà a disposizione. «Più che il credito, oggi ai “piccoli” serve fiducia per riprendere ad investire», ammette il presidente di Confartigianato Imprese Varese Davide Galli.

I cinque miliardi che la Banca Europea degli Investimenti e il Fondo Europeo degli Investimenti prevedono di destinare alle Pmi nell’ambito del cosiddetto piano Juncker potrebbero mobilitare credito per circa 75 miliardi.
È questa la previsione delle istituzioni europee, che consigliano alle Pmi di darsi una mossa per accedere a queste risorse, destinate per metà all’innovazione e per metà alle garanzie per l’accesso al credito.
«Per capire se saranno strumenti davvero utili dobbiamo valutarne nel concreto le modalità operative e applicative – la cautela di Davide Galli, presidente dell’Associazione Artigiani della provincia di Varese – Come segnale di principio è positivo che l’Europa mostri la volontà di dare una spinta alle Pmi, anche se l’impressione è che in questa fase il problema vero da affrontare sia la mancanza di fiducia. C’è ancora timore prima di investire, anche se qualche segnale di ripresa c’è».
Per Galli, più che migliori condizioni per l’accesso al credito, servirebbe «un passettino in più per dare fiducia, ad esempio un abbassamento delle tasse a carico delle imprese. Si aggiungerebbe ad altri fattori positivi, come il prezzo del petrolio e il cambio del dollaro».

Sul piano Juncker prevalgono i dubbi: «Nelle passate “edizioni”, le Pmi hanno visto solo le briciole – fa notare Gianni Lucchina, segretario generale dell’Aime – Le risorse europee sono state drenate dalle banche e riversate nell’acquisto di titoli di Stato piuttosto che nel finanziamento delle Pmi».Per Lucchina infatti «sarebbe bene che queste risorse finissero direttamente ai Confidi e al Fondo di garanzia del Mediocredito Centrale. Se parliamo di

2,5 miliardi a sostegno delle garanzie, la leva si può moltiplicare per 11».È perplesso anche Franco Colombo, presidente provinciale e regionale di Confapi: «Si parla molto di questo ambizioso piano Juncker, ma fin qui le uniche risorse arrivate in Italia sono i 100 milioni prestati dalla Bei alle Acciaierie Arvedi, non proprio una Pmi, per modernizzare gli impianti: un’operazione che ha mobilitato stanziamenti per 227 milioni in tutto».

Insomma, prima di esultare per i miliardi dell’Europa, le imprese vogliono vederci chiaro: «Il problema è capire a quale fascia di aziende sono rivolti questi 2,5 miliardi, perché oggi chi ha bisogno di credito sono le fasce di rischio dalla 3 alla 7, le più rischiose, che nessuno finanzia – spiega Colombo – Se invece, come sempre, con queste risorse si finanzieranno aziende con caratteristiche di fascia 1, faremmo pagare sempre meno e daremmo più credito a chi ne ha meno bisogno, perché già in grado di autofinanziarsi o di averlo a poco prezzo. Un po’ come se la Fao facesse un piano alimentare per la borghesia americana».
Il succo, secondo il numero uno di Confapi, è a chi viene erogato il credito, perché già oggi non tutto il mondo dell’impresa soffre di mancanza di credito: «Per rimettere in sesto la nostra economia occorre che un po’ di soldi della Bei vengano indirizzati alle aziende “border line”, magari affiancandole nell’amministrazione dei flussi finanziari».