Sagra delle ciliegie Ma nessuno le compra

Sagra delle ciliegie  Ma nessuno le compra

La vita è uno specchio, la realtà può essere una ciliegia. Un sacco, sacchissimo di gente in via Dandolo nell’intera giornata di ieri, tra una pioggia e una schiarita, certo non una soleggiata. Sul porfido la 26ª edizione della Sagra delle Ciliegie, c’erano le auto fuori e l’umanità finalmente dentro, dalla Madonnina in Prato al Cacciatore delle Alpi, alias piazza del tribunale con il suggestivo Antropotauro.

Firma in calce organizzativa garantita da Confcommercio e Ascom Varese, in collaborazione con gli assessorati municipali cultura, tempo libero e il Distretto Urbano del Commercio.

Dalla mattina alla sera, su e giù tra cinque bancarelle di frutta e ciliegie, le paladine di giornata come figlie gradite dell’estate sparita, e decine (ma decine) d’altre d’ogni genere merceologico: uomini e donne professionisti di sagre e mercati, gente che vive di questo girando mezz’Italia, e da

mezz’Italia infatti provenivano. Nel pomeriggio in piazza dei Bersaglieri, lo slargo del fu Rivoli ora auditorium civico, musica dal vivo e spettacoli, assembramenti e battimani. Bambini, giochi, sorrisi, palloncini all’elio per fare volare almeno loro, la cui leggerezza infantile non merita il confronto con la ciliegia della realtà, amara.

Via Dandolo come una scena di cinema neorealista in technicolor, l’Italia paese del dopoguerra, Varese paese nel nostro caso, con le tasche vuote: mancava solo , tra i platani di via Dandolo. Le mani applaudono nell’assembramento del fu Rivoli, ma se vanno in tasca estraggono il fazzoletto. Le mani sorridono, comprano il palloncino ai bimbi ma poco più: il fazzoletto, per piangere, serve agli espositori, almeno alla stragrande maggioranza di loro.

Cielo grigio e animi dai colori tenui, mischiati come un : gli occhi si perdono sulle bancarelle, i passi le misurano tutte, una e più volte, ma «gli affari sono sotto anche del settanta, ottanta, novanta per cento inferiori».

Il termine di paragone non è lontano, è giusto l’anno scorso, due anni fa, tre al massimo. Ci sono espositori che la Sagra delle Ciliegie la conoscono a memoria, «è il decimo anno», «non ricordo… ma ci sono da almeno venticinque», cioè da sempre. del “Mago delle olive” arriva da vicino Como: «Non hanno lavoro e non hanno soldi, chi li ha magari fa la dieta. C’ero l’anno scorso quando già era brutta, quest’anno incassi dimezzati».

da Bellinzago vende caramelle e ghiottonerie varie: «Giro il nord Italia, però questo è trascinarsi. I sacrifici sono tanti, ma la gente è alla canna del gas e noi di conseguenza. Così sparisce anche l’entusiasmo, la cosa peggiore».
viaggia da Prato, con “La fiera del buongustaio” è uno dei cinque distributori di ciliegie: «Sono ancora quasi tutte qua, bisogna remare in salita». Dimensione del prezzo alle ore 16: «Sono sceso da 6 e 90 al chilo di stamattina a 4 e 90 di adesso, ma serve a poco».

è bruna, minuta e carina, fuma una sigaretta in tranquillità, presunta tranquillità in prossimità del suo “Sapori di Liguria”, un banco di focacce e prodotti di panificazione da urlo, che fino al 2008 sarebbe stato assaltato all’arma bianca.

Giusy sa comunque sorridere, «il fatto che possa cazzeggiare dice tutto… A Camogli abbiamo il forno e il negozio, con le bancarelle siamo ovunque. Qui vengo da tre edizioni ed è la scala degli orrori: quest’anno siamo al meno ottanta per cento sul primo, che già era da sufficiente o poco più».

Sospira: «Non è un discorso di luogo ma di situazione generale al limite. La gente esce di casa sapendo già che spenderà massimo tanti soldi: si dà un budget e lo rispetta dicendo no anche ai bambini».
Abbiamo l’onore d’assistere all’incasso maggiore di Giusy, almeno fino a metà pomeriggio: «Due sacchetti e dieci euro. Ma dove andiamo?». Avanti così a sbattere, nessuno escluso.

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