Stefano Binda rimane ancora in carcere. Il tribunale del Riesame boccia il ricorso

CASO MACCHI. L’istanza per l’uomo, accusato del brutale omicidio della studentessa varesina, era stato presentato dai suoi legali

Il tribunale del Riesame di Milano ha respinto (ancora) la richiesta di scarcerazione di Stefano Binda. Il ricorso era stato presentato dai legali di Binda, Sergio Martelli e Roberto Pasella, impugnando l’ordinanza del gip Anna Giorgetti con la quale il giudice per le indagini preliminari di Varese rigettava la stessa richiesta e anche, in subordine, la possibilità di arresti domiciliari per il quarantanovenne di Brebbia arrestato lo scorso 15 gennaio con l’accusa di aver ucciso Lidia Macchi, la studentessa varesina assassinata con 29 coltellate il 5 gennaio 1987 ( il corpo fu trovato il 7 gennaio 1987 al limitare dei boschi del Sass Pinì a Cittiglio). Il quarantanovenne venne indagato nell’agosto del 2015: Patrizia Bianchi, super testimone in seno alla vicenda ed amica sia di Binda che di Lidia Macchi all’epoca dei fatti, riconobbe come appartenente a Binda la grafia con cui fu scritta In morte di un’amica, missiva anonima recapitata a casa Macchi il 10 gennaio 1987 giorno dei funerali della ragazza. Da subito all’epoca gli inquirenti indicarono quella lettera come sospetta: quelle parole erano

state scritte da qualcuno che dell’omicidio sapeva molto se non dall’assassino stesso. Binda si è sempre dichiarato innocente negando non solo di aver mai scritto quella cupa lettera ma, ovviamente, di aver ucciso Lidia Macchi. L’uomo ha sempre detto di trovarsi a Pragelato in vacanzina con Comunione e Liberazione movimento al quale sia lui che Lidia Macchi erano vicini al momento dei fatti. Purtroppo la maggior parte dei partecipanti a quella gita ha dichiarato di non ricordare se Binda fosse presente, almeno uno dei partecipanti ha detto di ricordare che non ci fosse, mentre un’altra testimonianza lo colloca effettivamente in montagna. L’alibi è in bilico. Binda lunedì comparirà davanti al gup di Varese per l’udienza preliminare: il sostituto procuratore generale Carmen Manfredda, che ha coordinato le indagini, chiederà certamente il rinvio a giudizio. In caso di mancato proscioglimento Binda non avrebbe intenzione di chiedere riti alternativi preferendo affrontare il dibattimento. L’uomo durante i mesi di carcerazione ha perso 27 chilogrammi: i suoi difensori lo hanno fatto sottoporre ad accertamenti medici per valutarne le effettive condizioni di salute.