Doveva proprio far freddo perché il Natale si mettesse in capo qualcosa, perché quando lo incrociavi in barca, con il sole di luglio o la scighèra ottobrina, la testa era sempre nuda, il mattino come la sera, i capelli tagliati corti a formare una sorta di corona a sbuffo dietro la nuca. Ma allo stadio “Ul Presidènt” arrivava coperto fino alla fronte da un berrettone di lana con il pon pon, che raramente gli vedevi addosso a Cazzago, se non certe mattine di gelo in cui perfino il Negus si abbottonava il camiciotto.
Nel 1951 Natale Giorgetti entrò nella Cooperativa dei pescatori, dopo due anni di tirocinio in famiglia, con il papà Carlo a fargli da chaperon in barca assieme a zio Luigi, che allora pesce ce n’era e bastava aver la “smettiga” di arrivare prima degli altri a capire il giro di persici e lavarelli, questi ultimi apparsi e spariti come per incanto ma oro fino per le reti e i portafogli.
A 14 anni Natale rema con il suo “barchèt” forse sapendo che l’avrebbe fatto per altri sessantadue, ogni giorno che Dio mandava in terra, per “tirar su i figli” e farli studiare, ma anche perché il lago ti entra nella pelle e ti segue con il suo odore notte e giorno, e poi può capitare che nell’acqua accada qualche sortilegio e bisogna esserci, costi quel che costi.
Gli uomini come lui si nutrivano di poche ma salde passioni, la famiglia, la pesca e il Varese – per altri Coppi e Bartali o il pugilato, gli sport popolari di una volta – che “Ul Presidènt” osservava dalla tribuna accanto a Giancarlo, il figlio famoso, già sindaco di Cazzago prima di arrivare a Roma, borbottando come in barca ma con gli occhi sereni e ironici, a volte indagatori. Il berrettone probabilmente lo metteva perché lì era in trasferta e gli prendeva magari la timidezza, e poi doveva star fermo almeno novanta minuti, invece sul lago ci si muove, la testa va tenuta sgombra altrimenti il luccio te la fa sotto il naso.
«Quando era stagione per il persico, si pescava di notte dormendo un po’ in barca, poi si picchiava con il bastone sulla superficie dell’acqua per spingere il pesce verso le reti. Si usavano i “redìnn”, retine montate a mano una per una da noi», ci disse nel tinello di casa sua, mentre la sua Angela preparava il caffè. «Le reti erano di cotone e le tingevamo d’inverno, la Cooperativa faceva arrivare i gusci delle castagne dal cuneese, messi poi a bollire in un gigantesco pentolone per 4 o 5 ore».
Un paese intero era dietro di lui ieri, come il branco dei giovani persici a inseguire la scia del “barchèt”, ma per catturare l’amicizia e il rispetto della gente a Natale non è mai servito calare la rete.
Varese
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