Un calcio al pallone e anche alla crisi C’è un sogno biancorosso tutto in rosa

Un calcio al pallone e anche alla crisi
C’è un sogno biancorosso tutto in rosa

Si chiamano Martina, Caterina, Rebecca, Letizia, Catalina, Jana, Daniela, Melissa, Shalom, Jessica, hanno Varese nel cuore, un sorriso splendido e il calcio è la loro grande passione.

Sono dieci delle sedici ragazze che giovedì si sono trovate nel campo sportivo di San Fermo per il primo allenamento della stagione: alcune sono ancora in vacanza.

Con una sorpresa: , il nuovo mister, è il marito della scrittrice , la cugina di . Un inizio sotto i migliori auspici, per le promesse biancorosse.

«Per noi però è un anno tribolato: abbiamo ridotto tutto all’osso pur di continuare a resistere» spiega , il presidente, classe ’52. L’associazione dilettantesca Calcio Femminile Varese nasce nel 2001 con una motivazione sociale e morale e ha gli stessi anni di vita della sua tesserata più giovane.

«Mia figlia, quattordicenne, voleva giocare a calcio – racconta Dorizzi – E così le avevo trovato una squadretta di ragazzine che giocavano a Solbiate Comasco. Nel frattempo la società aveva bisogno di collaboratori e io, giocatore per tanti anni, mi sono offerto di aiutarli».

Dorizzi, geometra, ha lavorato dieci anni all’estero. «Il calcio femminile in Italia è fanalino di coda. In Svizzera, Germania, Francia, è molto considerato e l’organizzazione è ottima. A Varese l’ultimo grande investitore nel settore è stato : da allora i campi di calcio del Comune sono rimasti tali e quali. Nel nostro piccolo, per nove anni abbiamo giocato, pur chiamandoci Varese, in un altro Comune, perché la nostra città non aveva disponibilità di campi da offrirci».

Il campo di San Fermo viene dato loro in concessione per 3.600 euro all’anno quattro anni fa.

«Con la crisi molte società maschili sono sparite e nel 2010 si è liberato questo spazio. Noi paghiamo anche acqua, luce e gas e facciamo tutta la manutenzione: Cardani ci ha aiutato molto. Abbiamo anche costruito una sala ritrovo per i genitori, accessibile solo ai tesserati. Ogni quindici giorni viene allestita una cena per i simpatizzanti; il ricavato copre le spese di gestione. Fino a due anni fa qui non c’era nemmeno un posto per bere il caffè. La stagione calcistica si disputa durante i mesi più freddi; è impensabile che non ci sia un locale di accoglienza».

I permessi non sono mai arrivati, ma intanto le famiglie hanno un posto caldo e sicuro dove ripararsi seguendo gli allenamenti serali.

Fino a poco tempo fa la società riusciva a trovare qualche sponsor importante. «Nel 2007-8 avevo cento tesserate e sei squadre, dalle pulcine (quell’anno avevano vinto un campionato contro i maschi) fino alla prima squadra».

L’obiettivo primario del Varese Femminile oggi è resistere. «In questi giorni sto rinnovando i tesseramenti: è rimasta un’unica squadra che abbiamo iscritto al Csi, con ragazze di tutte le età, dai 13 ai 18 anni».

«A luglio ci siamo trovati con enormi problemi. In particolare è stata innalzata la quota di iscrizione della prima squadra alla Fgci ad una cifra per noi non abbordabile, per cui a malincuore abbiamo rinunciato».

Nel 2001 il gruppo originario di calciatrici partiva cospicuo: sei squadre, una col Csi¸ e poi pulcine, giovanissime, juniores (la vecchia primavera, dai 14 ai vent’anni), la squadra a 5 e la prima squadra.

Questo sino al 2008, anno in cui sono cominciati i problemi economici e abbiamo iniziato a tagliare. «Essendo in serie D, pur non obbligati a farlo, avevamo anche la primavera. A partire dal 2002 la prima squadra non è mai scesa sotto il sesto posto della serie D; le altre squadre erano il bacino della prima squadra, che ha vinto spesso il campionato in serie D. Noi viviamo con quello che abbiamo e con quello che sono capaci di fare le ragazze».

«L’importante è giocare con passione. Se ci fossero stati altri sponsor si sarebbe potuto provare a fare qualcosa di più; ma non c’erano e comunque non fa parte della nostra filosofia scalare le categorie a tutti i costi».

Le giovani calciatrici sono tutte studentesse o lavoratrici o entrambe le cose; nessuna virago, anzi tutte bellissime e molto femminili: ma in campo si trasformano in autentiche cannoniere.

C’è chi fa le serali, c’è chi studia al liceo. La più “anziana” ha diciotto anni, e c’è anche una ragazza di origine brasiliana. Tutte conciliano gli impegni sui libri con i due allenamenti settimanali: il sacrificio è forte.

Arrivano da Varese o dai comuni limitrofi; non hanno né stipendio né rimborso spese, anzi danno un contributo per giocare.

«Siamo tutti volontari – spiega Dorizzi – e reclutiamo fra i genitori guardialinee, allenatore, dirigente accompagnatore. Quest’anno molte ragazze a malincuore ci hanno lasciati per altre squadre a 11, più ambite perché portatrici di maggior visibilità; noi con il Csi giochiamo a 7. Per quanto ci riguarda, qui conta moltissimo l’amicizia, il gruppetto che si crea. Siamo una grande famiglia particolarmente fiera di rappresentare Varese e siamo anche molto legati al rione: quando ci è possibile, partecipiamo ad eventi che abbiano l’intento di riqualificare San Fermo».

Si gioca praticamente sempre di sabato, le partite sono casalinghe, ormai quasi solo contro gli oratori; ma il Varese Femminile ci tiene a precisare di essere una società, l’unica di Varese con le scarpette rosa e i colori biancorossi.

Tante ragazze iniziano a giocare per emulare i fratelli maschi; col tempo ne diventano persino le allenatrici. E se il cielo le assiste, contano di ripresentare la squadra a 11 e di iscriversi nuovamente alla Fgci l’anno prossimo. Per intercessione della loro indimenticata Isabel.

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