«Nessun cambiamento a Varese ma, per le grandi trasformazioni, occorre tempo»: così l’architetto commenta prima della sua lectio magistralis “considerazioni e riflessioni sull’architettura del Sacro”, in occasione della la quinta edizione del progetto “Giovani Pensatori”, coordinato e promosso dal professor .
A tre anni di distanza dalla sua ultima visita a Varese, quando la città fu oggetto di studi da parte degli studenti dell’accademia di architettura di Mendriso, l’architetto ha incontrato i varesini nell’aula magna dell’università dell’Insubria di Varese.
«Cambianenti? No, non ho notato alcun cambiamento a Varese ma non bisogna avere fretta, la città risponde a una storia e, quindi, non è giusto aspettarsi delle trasformazioni rapide. Ogni città ha i ritmi della storia e noi invece corriamo nell’attualità, bisogna aspettare che la città si trasformi ma molto lentamente, talvolta noi non riusciamo neanche a vedere queste trasformazioni ma avvengono, gli alberi crescono, gli uomini si muovono in maniera diversa».
A proposito del Sacro, Botta parla del nostro Sacro Monte come di un gioiello e in merito all’evento di novembre che ospiterà la reliquia di Papa Wojtyła, Mario Botta rivela quello che per lui è la “Gerusalemme terrestre”.
«Il Sacro Monte è tale dall’inizio del millennio, queste reliquie possono approdare nella città di Varese perché Varese ha il Sacro Monte. Il Sacro Monte è la Gerusalemme terrestre, che resta un esempio straordinario nell’arco alpino proprio dal punto di vista dell’architettura e del rapporto con il territorio. È una costruzione del paesaggio, dove non si sa dove finisce il paesaggio e dove inizia il fatto architettonico ma la cosa straordinaria è che il cittadino si muove all’interno di questa realtà con il ricordo della forte Pietas cristiana di generazioni intere che hanno trovato sollievo nella preghiera. Ritengo che sia una presenza discreta ma straordinaria, tante città non possono permettersi di avere un Sacro Monte».
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