I varesini hanno ripreso una vecchia abitudine: quella di portare a riparare scarpe, borse e vestiti invece di comprare qualcosa di nuovo. Una forma di risparmio che, però, non basta. E i magazzini di chi offre questo tipo di servizi restano pieni di cose non ritirate.
Lo racconta , calzolaio di via Piave: «Capita soprattutto nei periodi a cavallo tra due mesi, quando lo stipendio è agli sgoccioli. Ci sono magari i vecchi clienti, quelli che hanno più confidenza, che mi chiedono di aspettare una decina di giorni. Ma c’è anche chi non passa del tutto, e lascia qui borse o scarpe».
Gli scaffali del negozio di via Piave sono pieni. Scarpe ormai riparate, borse con manici nuovi fiammanti abbandonate da mesi.
Un problema non da poco, che coinvolge anche altri colleghi, come, che ha un laboratorio simile in via Foscolo: «Da sempre capita che i clienti si scordino di passare a ritirare qualcosa. Per questo mi faccio pagare prima, e mi faccio lasciare il numero di telefono. Chiaramente, la gente spesso si vergogna ad ammettere di non avere i soldi per pagarmi, ma ultimamente mi rendo conto che è una possibile spiegazione per certi abbandoni».
Un’intuizione che ha avuto conferma, racconta, «quando in alcuni casi è capitato di rintracciare clienti e scoprire che si erano trasferiti all’estero». Perché anche i varesini, con la crisi, stanno cominciando ad emigrare in cerca di fortuna. «Le nostre riparazioni costano anche venti o trenta euro – dice Riggi – non delle gran somme, ma sempre più spesso, negli ultimi anni, ci sono famiglie che non possono permettersi nemmeno questo». Ma comprare qualcosa di nuovo è impossibile.
Anche alla Valigeria Ambrosetti molti clienti portano borse e valigie da riparare: «La richiesta di riparazioni sta impennando negli ultimi anni – dice il titolare, – perché i soldi per comprare borse o valigie nuove e di qualità non ci sono più».
I soldi mancano anche per cose ancora meno costose: anche il magazzino di, sarta di via Dazio Vecchio, è sempre più pieno di vestiti lasciati dai clienti.
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