– «Qui siamo abituati a vedere delle cose belle, ma così belle non era mai capitato». Cosa non torna se a pronunciare parole del genere è una persona che fa la volontaria in un reparto in cui sono ricoverati i malati terminali? Nulla, proprio nulla. racconta di mani che si scambiano gli anelli, di mani che preparano la sposa, di mani che la spingono verso il suggello di un amore
lungo quarant’anni, di mani che ringraziano, applaudono e annuiscono.Lo fa con una naturalezza che abbatte le barriere cognitive di chi può solo apprendere perché non ha vissuto. E per un attimo – involontariamente – ti fa sentire piccolo piccolo, per il solo fatto di aver bisogno di una didascalia all’unica verità della vita: l’amore, fosse anche per un istante lungo un’eternità, riesce a farsi beffa di tutto. Anche della morte.
Gli occhi buoni di ti fissano nelle pause tra il rifornimento a un’automobile e il sorriso donato a un cliente, quello più autentico del mondo perché illumina gli altri anche quando dentro è buio.
Ti fissano e valgono più di mille parole nel descrivere un momento magnifico e straziante insieme.
Non c’è proprio nulla da dire. Anzi sì: «Io non so cosa sia passato nella mente di mia madre durante il matrimonio. Ogni malato terminale combatte a modo suo, con le forze che ha dentro. Posso solo affermare che è stata un’emozione in grado di fermare per un attimo il dolore. E che mia madre mi ha dato l’ennesima lezione della sua vita».
Liliana e Giovanni si sono sposati tre giorni fa nell’Hospice dell’Ospedale di Circolo di Varese, a meno di dieci giorni dal ricovero di Liliana. Il matrimonio era programmato per il 19 novembre: anticiparlo è stato un modo per fottere il male bastardo, per dirgli a pieni polmoni «la battaglia dell’amore la portiamo a casa noi, anche se tu vincerai la guerra». Non è stato facile, perché non è facile organizzare uno sposalizio in quattro e quattr’otto, soprattutto in una corsia.
Ma volere è potere se c’è la collaborazione di chi ha un intento comune ed è capace di spendersi per gli altri: Sulle Ali Varese, l’associazione di volontari che rendono unico questo reparto, la direzione sanitaria e il Comune di Varese si sono alleati per distruggere ogni impedimento e annullare i tempi burocratici.
E non va dimenticato l’ausilio del personale sanitario: le infermiere e gli infermieri che hanno allestito l’Hospice per il grande giorno, che hanno preparato i palloncini, che hanno cosparso il corridoio con i petali di rose bianche, che hanno truccato Liliana perché fosse perfetta agli occhi di Giovanni.
Ciò che era un progetto alle 7 di sera di martedì è diventato magicamente una realtà alle 9 di mattina di mercoledì: il sì è stato pronunciato davanti all’Ufficiale di Stato Civile delegato dal sindaco e nella festosa cornice che tutti coloro che animano il reparto sono capaci di creare.
Liliana e Giovanni si sono giurati amore eterno dopo 44 anni insieme, dopo una vita «passata uno di fianco all’altro nella buona e nella cattiva sorte – rimembra il figlio Luigi – Non hanno avuto una storia facile, ma sono stati una coppia sempre, nel vero senso della parola».
La volontaria Luisa racconta di come Liliana, nell’attimo fuggente, fosse un po’ bloccata dall’emozione: «Allora signora, lo vuole sposare o no quest’uomo?». La risposta alla fine è arrivata ed è stata dolce, bella, potente. Evocativa come l’immagine di un uomo che, da solo, ostruisce il passaggio a un carro armato. E – per un attimo – lo ferma.













