«Da ragazzo sognavo John Charles»

20 domande a Pietro Anastasi. Cresciuto e diventato grande nel Varese, esploso ed entrato nel mito con la Juventus

Continuano le nostre interviste “speciali” a perse note e illustri dello scenario varesino. Abbiamo rivolto le nostre 20 DOMANDE a Pietro Anastasi, calciatore cresciuto e diventato grande nel Varese e diventato poi un mito con la Juventus

Mi chiamavano “il picciotto”.

68.


Calciatore. Adesso sono pensionato.


Di mia moglie, sempre. Siamo sposati da 46 anni e ci conosciamo da 50.

La Juve. Ma sono molto attaccato al Varese perché è qui che ho iniziato a giocare.

Pasta alla carbonara.


Ultimamente mi dedico alle passeggiate e camminate, fino a qualche tempo fa andavo in palestra.

Non ho preferenze politiche.


Mare, di Sicilia ovviamente, da buon catanese quale sono.


Può mancare tutto ma non un bottiglia di champagne.


Vino. Rosso d’inverno e bianco d’estate.

La moglie.

In compagnia degli amici. Il posto mi è indifferente perché con amici sempre si sta bene.


Catania da piccolo e Varese adesso perché è la città dove vivo.


Non ne ho. Penso di avere ricevuto tutto e sono contento di quello che avuto.


Su questo sorvoliamo (a fine intervista: va bene glielo dico, 15 anni).


Da ragazzino tifoso della Juve avevo il mito di John Charles.


Non credo ci sia. Mi piacciono i primi libri di Ken Follett.

“Quando ami una donna” dei Bisonti e Angeli con la pistola, il film di Frank Capra.

Mi auguro che ci sia più serenità e tranquillità nel mondo, come penso voglia tanta gente. E poi che ci sia meno maleducazione e più rispetto per il prossimo.