I robot non fanno sciopero forse perché non sanno come farlo. La notizia è rassicurante: esiste ancora qualcosa di nostra prerogativa esclusiva.
Un sorriso aiuta a vivere meglio davanti alla sempre più concreta possibilità della disoccupazione tecnologica, frutto dei cambiamenti epocali portati dall’automazione nel mondo del lavoro. Un’interessante panoramica sul tema è stata fornita l’altra sera da Lorenzo Pinna, nel corso del quarto appuntamento con il festival cittadino “Storie di Scienza”.
Lo storico giornalista ed autore Rai, padre – insieme a Piero Angela – della famosa trasmissione divulgativa Quark, ha interessato la platea del Salone Estense presentando il suo nuovo libro in uscita a giugno, “I robot, l’uomo e la macchina”. «Devo confessare che il titolo scelto dagli organizzatori della serata (“I robot non fanno sciopero” appunto) è molto più efficace di quello della mia futura pubblicazione – confessa Pinna – Rende meglio l’idea dell’impatto avuto su tanti aspetti della società da quel processo iniziato
con la rivoluzione industriale. Un sentiero di cui conosciamo le tappe ma non il punto di arrivo».La storia dell’automazione è in realtà ancora più antica: “automaton”, per i greci, era ciò che si muove da sé. Ma è negli ultimi due secoli che le macchine hanno iniziato a “parlarsi” fra loro, portando ad una mutazione progressiva che non conosce fine: «Dalla macchina a vapore in poi – continua il professore – le automazioni hanno sostituito la forza muscolare che può essere fornita dall’uomo».
«I cambiamenti più significativi hanno prima interessato l’agricoltura, poi l’industria, negli ultimi tempi i servizi. Pensiamo, per esempio, a come fosse diverso un tempo chiedere il saldo del nostro conto corrente: era necessario andare in banca, disporre di un impiegato, di carta e penna. Oggi si fa tutto con il telefonino». La “robotizzazione” dell’esistenza porta ad implicazioni economiche dagli effetti a lungo andare devastanti: «Ha abbassato i costi di produzione rendendo non più indispensabile l’apporto umano. Ma niente lavoro significa anche crollo della domanda che poi è il motore dell’economia. Stiamo quindi assistendo ad un’erosione completa della classe media, quella composta oggi dagli impiegati e dagli operai, coloro che possono essere soppiantati dalla macchina».
Tutto è perduto? Un limite c’è: «La piena sostituzione tra uomo e robot è possibile dove ci sono regole e strutture definite. Ma una macchina non sarà mai in grado di replicare il genio degli esseri umani».
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