Via Adamoli, tutti gli ingredienti per un flop. Proprietà straniera, progetto al ribasso e nessuna vera rigenerazione

Via Adamoli, tutti gli ingredienti per un flop. Proprietà straniera, progetto al ribasso e nessuna vera rigenerazione
Dopo anni di degrado cambia il proprietario dell'ex complesso commerciale. Ma il progetto annunciato rinuncia a demolizioni, nuove volumetrie e trasformazione urbana. Più che una rinascita, il rischio è quello di prolungare l'agonia di un edificio nato cinquant'anni fa.

La notizia è quella del cambio di proprietà. Ma la domanda è un’altra: basterà un nuovo proprietario per cambiare il destino di uno dei più clamorosi fallimenti urbanistici della storia recente di Varese?

La risposta, almeno osservando quanto emerso finora, è tutt’altro che rassicurante.

L’ex complesso di via Adamoli passa nelle mani di un imprenditore cinese che avrebbe scelto una strada tanto prudente quanto poco ambiziosa: recuperare l’esistente, senza demolire, senza ripensare il comparto, senza sfruttare le opportunità offerte dal Masterplan Stazioni.

Tradotto: qualche negozio al piano terra, appartamenti ai piani superiori, recupero dei parcheggi. Fine.

Una scelta che può certamente ridurre i costi dell’investimento, ma che difficilmente appare in grado di cambiare il destino di un edificio che è entrato in crisi ben prima del degrado fisico.

Perché il problema di via Adamoli non sono soltanto i muri scrostati, i locali vuoti o i bivacchi.

Il problema è che quel modello commerciale è morto da decenni.

Negli anni Settanta il complesso rappresentava il futuro: negozi, uffici, servizi e la piazza disegnata da Marcello Morandini come simbolo della Varese moderna.

Oggi quel futuro appartiene al passato.

E pensare di rilanciare un edificio concepito oltre mezzo secolo fa senza modificarne radicalmente l’impostazione rischia di trasformarsi nell’ennesima occasione mancata.

Anche perché il Masterplan Stazioni era nato proprio con un’altra filosofia: non limitarsi a rimettere in sesto gli edifici esistenti, ma ridisegnare uno degli ingressi principali della città attraverso un’autentica rigenerazione urbana.

Di quella visione, almeno per ora, sembra rimanere ben poco.

Colpisce poi il ruolo quasi inesistente dell’amministrazione comunale. Al netto degli adempimenti tecnici e tributari, Palazzo Estense si è limitato a illustrare il quadro urbanistico al potenziale acquirente. Nessuna regia, nessuna iniziativa capace di orientare un intervento strategico per la città.

Naturalmente tutti sperano che il nuovo proprietario riesca dove altri hanno fallito.

Ma le esperienze italiane raccontano che il semplice cambio di proprietà, soprattutto quando non è accompagnato da un progetto forte e da investimenti di trasformazione, raramente basta a invertire il destino di grandi contenitori commerciali ormai fuori mercato.

Per questo è difficile condividere l’entusiasmo di queste ore.

Anzi.

Proprietà straniera, nessun intervento strutturale di rilievo, nessuna trasformazione urbanistica, nessuna nuova funzione attrattiva.

Gli ingredienti ci sono tutti.

Quelli di una grande rinascita, purtroppo, ancora no.

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