BUSTO ARSIZIO «Ho il certificato di garanzia, sono l’unico che può dire di aver fatto. Ma per me queste elezioni sono già una vittoria». La storia politica e umana di Gianpiero Rossi, a caccia dell’ottavo mandato da sindaco, è una miniera di episodi e di insegnamenti attuali, e che lui sta cercando di infondere ai giovani che lo seguono e che gli illuminano gli occhi. E spiega presto perché: «Ho imparato cos’è la politica dai padri della patria, maestri come Nenni, Scalfaro, Malagodi, Donat Cattin – dice – un’esperienza che mi piacerebbe trasmettere».
GLI IDEALI
Classe 1927, figlio di operai, è cresciuto facendo la fame con il padre disoccupato pur di non prendere la tessera del “fascio” e il suo operare politico è stato segnato dagli anni della gioventù in tempo di guerra. «C’erano i grandi ideali della libertà e della democrazia, un sogno per noi giovani. Ero legato a due compagni di scuola, uno morto da partigiano sul monte Zeda con un colpo in fronte, l’altro arruolato nella Decima Mas. Le contrapposizioni erano ideologiche, non di interesse».
A Rossi viene in mente il caso di Roberto Lassini, il candidato consigliere a Milano che ha promosso l’affissione dei manifesti in cui avvicina le Br ai magistrati. «Anch’io ho subito la sua stessa vicenda – precisa – ma quando fui assolto ho ringraziato sia i giudici e i magistrati che hanno fatto il loro dovere. Se non l’avessi fatto, avrei tradito il mio compagno morto in montagna».
LA “COREA”Nel dopoguerra fa l’imprenditore nel settore delle materie plastiche. «Quando era da eretici non parlare di tessile a Busto Arsizio – racconta Rossi – ma anni in cui anche un figlio di nessuno poteva intraprendere, servivano fantasia e intelligenza più che capitali». L’ingresso in politica a fine anni ’60, dopo il trasloco nel quartiere di Beata Giuliana. «I rioni nuovi erano detti “la Corea” perché emarginati dal centro. Il giovane parroco don Piero Cozzi mi propose di
candidarmi e per me, con le frequentazioni dell’oratorio e dei boy scout, non fu difficile essere eletto, terzo per preferenze. Il grande sindaco Giovanni Rossini mi disse che avevo diritto a fare l’assessore. Adesso si baratta prima, allora contavano i voti». Poi sette volte sindaco e l’esperienza in senato, con «tanti treni persi», come il ministero del tesoro, nel sesto governo Fanfani (1987). «Rifiutai e lo diedero a Giovanni Goria che dopo qualche mese diventò presidente del consiglio».
IL RITORNO
La sua ricandidatura fa discutere, molti storcono il naso sull’età a Busto Arsizio. «Hanno ragione, avrei potuto godermi la pensione da parlamentare – ribatte il senatore – ma la mia presunzione è che il mio nome possa aprire una crepa nel sistema, dove infilare gente giovane. E se si perde, perdo io, che ormai dalla politica ho avuto tutto, mentre uno nuovo potrebbe rimanerne deluso». Insomma, quella di Gianpiero Rossi «è già una vittoria», mentre «ha già perso chi ha perso la propria dignità sbattendosi da una parte all’altra per cercare una collocazione, senza interessarsi di programmi e persone. Noi siamo fermi al centro».
IL CONFRONTO
E i suoi avversari? In questi anni ha spesso criticato il sindaco Farioli, che «rappresenta un modo di amministrare, in voga anche al governo nazionale. Poca sostanza e molto cinema, con rispetto di chi il cinema lo fa di mestiere».
E’ per questo che gli Indipendenti di Centro pubblicheranno l’elenco delle opere fatte nei 16-17 anni dei sette mandati di Rossi e quelle degli ultimi 18 anni di governi di centrodestra. Insomma, un modo per paragonare due epoche e due azioni. «Loro possono rivendicare le passerelle dei 5 Ponti e poco altro, oltre a tanto bla-bla – osserva Gianpiero Rossi – Ai miei tempi si faceva, anche i giovani lo hanno apprezzato. E’ il mio certificato di garanzia: sono l’unico a poter dire di aver fatto, non che farò».
Andrea Aliverti
m.lualdi
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