«Varese tiene duro e non si arrende»: ha rimarcato il sindaco della città giardino Attilio Fontana nel salutare, ieri mattina, a Palazzo Estense, le eccellenze chiamate in causa da Panorama d’Italia sbarcato a Varese per quattro giorni.
Un evento che piace ai varesini e che riaccende i riflettori su un territorio che è realtà imprenditoriale ma annaspa.
«Qui c’è una cultura d’impresa ultracentenaria», annota il presidente di Univa Giovanni Brugnoli per il quale se sono stati persi 9 punti percentuali di Pil e il 25% della produzione industriale, non bisogna però farsi scappare «l’occasione irripetibile» data dai fattori esogeni. Essere all’undicesimo posto su 35 provincie manifatturiere d’Europa, vorrà ben dire qualcosa.
E allora largo alle eccellenze nostrane, come titola l’incontro di ieri alla presenza di Paolo Bonifati (responsabile mercato area Nord Ovest di Enel Energia), Angela Missoni (direttore artistico Missoni), Luca Spada (presidente Ngi-Eolo), Franco Venanzi (amministratore di Venanzieffe e presidente di Anco), ma anche Alberto Onetti (docente di Economia e gestione delle imprese all’università degli Studi dell’Insubria), Mauro Parolini (assessore al Commercio, Turismo e terziario di regione Lombardia) e Giovanni Brugnoli (presidente dell’Unione degli Industriali della provincia di Varese).
Al tavolo anche il direttore della Prealpina Paolo Provenzi. Cosa serve per non arrendersi? «Un Governo che si immagini nel Paese nel 2020» sembra quasi ironizzare Brugnoli. «In quattro anni del mio mandato, ho visto quattro governi e quattro presidenti del Consiglio. Basta accendere la luce il mattino in azienda, per avere un balzello del 30%».
Imprese italiane, e varesine, vittime di imposte e di una burocrazia che continua a non mollare la presa. Lo evidenzia anche Venanzi a nome di un’azienda che raccoglie e ricicla rifiuti tecnologici e deve vedersela con una serie di “scartoffie” che obbligano a lavorare il triplo ma non per migliorare le cose.
Angela Missoni la dice così: «Andiamo avanti secondo l’idea di mio padre di non voler fare l’industriale, per la qual cosa dovremmo trovare finanziamenti. Non so se sia eroismo il nostro, ma continuiamo a pensare a far bella l’azienda, più che grande».
Il futuro non potrà essere, forse, artigiano ma l’unicità è il valore aggiunto che fa la differenza. «Con questa capacità, resistiamo – ammette Angela Missoni – eppure è dura avere visibilità, essere su giornali e riviste, arrivare ovunque». Il made in Italy «sta bene, anche le aziende vendute agli stranieri continuano a produrre in Italia, abbigliamento e moda sono il numero uno dell’export in Italia». Il riconoscimento non manca. «Ma produrre qui è costoso, il “made in Varese” è tra i
più costosi», evidenzia Angela Missoni. Difficile continuare a produrre in loco e difficile iniziare a farlo. «Una start up è significativa se cresce e per riuscirci serve un ponte solido con l’esistente che è il 99,9% delle imprese», dichiara il professor Alberto Onetti appuntando il dato del 3% di nuove imprese che ce la fanno negli Usa, mentre in Italia si potrebbero scrivere diversi decimali dopo la virgola che segue uno zero prima di trovare una percentuale di start up decollate.
«È nella pancia delle imprese che serve il rinnovamento», dichiara con convinzione Onetti.
«Invece, nel nostro tessuto industriale manca la capacità di rinnovamento. L’Italia e Varese si sono fermati». Non basta parlare di start up. «Diffidiamo dalle formule di moda», mette in guardia il docente di Economia e gestione delle imprese. Anche il varesotto deve puntare al rinnovamento.













